Disturbo da Attacco di Panico (DAP)

mi è capitato più che altro di parlarne, la mia tipologia di lavoro non mi mette – di solito – a contatto con il paziente con Disturbo da Attacco di Panico (DAP) in fase acuta.
Mentre ero in treno, in viaggio verso la meta della vacanza, avevo notato un pò di confusione nella mia carrozza ma pensavo si trattasse di qualcuno che non voleva pagare il biglietto o una bega del genere.
Quando oramai eravamo prossimi a Roma Termini arriva il fatidico annuncio da parte del capotreno: se c’è un medico è pregato di recarsi in carrozza 7 (guarda caso, la mia): un giovane viaggiatore (circa 25 anni) bianchiccio, sudaticcio, tremante come una foglia, quasi incapace di parlare era preda di un molto classico attacco di panico (NdS m’è già capitato e la cosa interessante è che la diagnosi se la fa da solo il paziente); da tempo non viaggiava se non in auto, il suo ricordo di treno era fermo all’intercity, il viaggio da solo in un treno con i finestrini fissi e che va a velocità ben superiori a quelle dei vecchi intercity ha fatto il resto.
Da un paio di ore stava cercando di dominare il malessere, ad un certo punto il capotreno ha ritenuto comunque necessario chiamare il medico per star tranquillo: vi chiederete cosa ho fatto ?
Parlare, distrarlo nell’attesa che arrivassimo a Roma Termini in modo da farlo scendere e fargli prender aria: nel giro di 5 minuti a terra è stato immediato il recupero del buon stato di salute !
Nota di colore: mi si è affiancato un collega che mi dava chiaramente l’impressione di non sapere cosa fare (non c’era da far nulla, di fatto); chiacchierando alla conclusione dell’episodio ho scoperto si trattava di un fisiologo, quindi laurea in medicina ma niente attività clinica da tempo (e si vedeva) 🙂
Fa impressione vedere un giovane completamente annichilito dal ….. nulla (ovvero dal viaggiare comodamente seduti in treno), eppure la mente umana può fare di questi scherzi.
Sul sito della LIDAP informazioni più approfondita.

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99% dei medici vede abbattuto il proprio prestigio sociale

Una volta si consideravano un buon partito. Insieme ad avvocati, ingegneri, architetti, ritenevano, a ragione, di essere una categoria di tutto rispetto. Ora il 99% dei medici italiani ritiene che, negli ultimi anni, il prestigio sociale del camice bianco si sia progressivamente ridotto: l’87% “di molto”, il 12% “nella norma”. E’ quanto emerge da un sondaggio realizzato fra i camici bianchi da Quotivadis, quotidiano online di informazione medico-scientifica di Univadis. Sarà per la grave crisi economica che sta riguardando un po’ tutti, o forse il crescente fenomeno del precariato che ormai investe anche i giovani medici, o perché il rapporto con i pazienti non è lo stesso di una volta, ma un sondaggio che esprime una percentuale ‘bulgara’ di questa portata, non lascia spazio a grossi dubbi. Interessante è però un altro dato: l’1% di camici bianchi che non vede per nulla ridimensionato il suo prestigio sociale.

abuso di alcol: a rischio 740 mila ragazzi

In Italia paghiamo ancora un prezzo troppo alto per la mortalità a causa di cirrosi epatiche e malattie croniche di fegato così come per incidenti stradali che in alcune province, fino al 57% dei casi, sono attribuibili ai consumi eccessivi di alcol. Accanto a queste condizioni particolarmente legate a dinamiche di dipendenza, abuso o uso dannoso non vi è dubbio che vi sono seri problemi relativi alla conoscenza, all’informazione nonché alla responsabilità individuale.
Il 70% degli italiani non ha idea di come si arrivi al limite di legge previsto per l’idoneità alla guida.
Il 50% delle donne continua a bere in gravidanza.
Bisogna quindi informare, sensibilizzare contesti, professionisti (a cominciare dai medici di famiglia), cittadini, a un corretto rapporto con l’alcol nel rispetto delle scelte individuali e della responsabilità collettiva.

cancro della prostata: nuovo test prognostico

Il primo test molecolare specifico per il carcinoma della prostata si chiama Progensa Pca3, da effettuare sul campione del primo getto di urina dopo compressione digito-rettale. Il Pca3 è un gene specifico delle cellule tumorali prostatiche, che lo esprimono in quantità 60-100 volte più elevate rispetto a quelle normali e l’impiego di una particolare metodica rende possibile la quantificazione del Pca3 mRna, che viene quindi tradotto in un punteggio: quanto più esso supera il valore limite di 35 tanto più è predittivo di una biopsia positiva. Si tratta di un test che non sostituisce il Psa (che peraltro presenta ampi limiti di specificità) ma che va usato in seconda battuta nei casi in cui il quadro clinico e laboratoristico è dubbio. In particolare, si possono identificare almeno tre valenze di questa metodica.

«Innanzitutto» spiega Francesco Montorsi, ordinario di Urologia all’Università Vita-Salute presso l’Ospedale San Raffaele di Milano «com’è stato dimostrato in un articolo pubblicato sul Journal of Urology (2008; 179:1804-1809), lo score del Pca3 si correla bene alla dimensione del tumore.
In secondo luogo questo biomarcatore contribuisce a differenziare i pazienti che richiedono una terapia aggressiva da quelli con forme localizzate e di basso grado, candidati a una sorveglianza attiva».
Infine, afferma Roberto Mario Scarpa, ordinario di Urologia all’Università degli Studi di Torino «il test può contribuire a formulare una diagnosi precoce e a ridurre l’ansia del paziente nonché la probabilità che esso venga sottoposto a una biopsia non strettamente necessaria» .
Il test, disponibile in quattro centri in Italia, ha un costo compreso tra 280 e 350 euro e può essere eseguito anche su campioni inviati per posta.
Ulteriori informazioni sono reperibili nel sito www.pca3.org.

Tumori legati allo status socio-economico

Un legame tra rischio oncologico e status socioeconomico si sarebbe evidenziato in particolare per alcune forme cancerose, come quelle della mammella, del polmone, della cervice o come il melanoma. Proprio le variazioni di incidenza di questi tumori per gruppi socioeconomici sono oggetto di un’indagine condotta in Gran Bretagna.
Cancro del polmone e della cervice uterina nei più disagiati
Da otto registri nazionali sui tumori sono stati ricavati i dati sui tumori del seno, del polmone, della cervice uterina e di melanoma maligno diagnosticati dal 1998 al 2003; lo status socioeconomico è stato classificato per ciascun malato in base all’Indice di deprivazione multipla 2004,  una misura dello svantaggio sociale. Le incidenze più elevate in Inghilterra si sono riscontrate nei gruppi più disagiati sia per il tumore del polmone che per quello cervicale, mentre è apparso il contrario per il melanoma e per il carcinoma mammario (massima incidenza tra i meno disagiati). La disuguaglianza maggiore tra i due estremi socioeconomici riguardava il cancro del polmone, negli uomini e nelle donne, soprattutto per i pazienti con meno di 65 anni alla diagnosi; similmente per quello cervicale l’incidenza più alta era tra i più svantaggiati, con variazioni consistenti al cambiare dello status. Per il tumore mammario l’incidenza era maggiore nei meno disagiati, ma con differenze modeste tra i gruppi socioeconomici; per il melanoma, infine, c’erano ampie variazioni in relazione allo status e trend simili per uomini e donne. Sono apparse poi differenze regionali nel gradiente socioeconomico con un gap che diventava più ampio per esempio per cancro polmonare e cervicale nel Nord del paese e per il melanoma nell’Est e nel Sud-Ovest. Per inciso Londra ha mostrato l’incidenza pi� bassa per tutti i gruppi di deprivazione, negli uomini e nelle donne. Indicativo soprattutto un dato: portando idealmente le incidenze dei quattro tumori a quelle più favorevoli in relazione allo status socioeconomico si sarebbero potuti prevenire il 36% dei cancri del polmone maschili e il 38% dei femminili, il 28% di quelli della cervice, il 7% di quelli mammari, il 27% dei melanomi maschili e il 29% dei femminili.
Le differenze socioeconomiche legate al rischio di tumore dovrebbero essere quindi d’interesse sia nel campo dell’educazione alla prevenzione sia in quello della pianificazione sanitaria, per lo sviluppo di programmi che puntino a ridurre le disuguaglianze in termini di salute.
Diminuire le disuguaglianze richiede un’integrazione delle informazioni sui fattori di rischio, sulle incidenze e relative proiezioni: per esempio bisogna tener conto che le donne meno disagiate tendono ad avere meno figli e più tardi o a essere sovrappeso nel periodo post-menopausale, fattori associati ad aumentato rischio di carcinoma mammario; lo screening per il tumore della cervice è meno frequente tra le donne meno istruite; il fumo si lega allo status socioeconomico (è più precoce e frequente tra i lavoratori manuali) ed è anche la causa principale di cancro del polmone; il melanoma aumenta tra chi ha più opportunità di esposizione ricreazionale al sole.
Interventi mirati di salute pubblica possono contribuire a ridurre disuguaglianze locali di incidenza dei tumori

malasanità o malafede ?

scartabellando nel mio archivio (tendo a conservare tutte le comunicazioni cartacee che mi arrivano da parte dei vari datori di lavoro) ritrovo una comunicazione di maggio 2003: il direttore (medico) di un Day Hospital della ASL scrive al Direttore del centro presso cui tuttora lavoro lamentando la cattiva gestione di un  paziente.
C’entrerei anch’io, sarei il primo passo di una scriteriata diagnostica toccata in sorte a questo paziente: grande preoccupazione da parte mia (mi si concede un errore ? Spero mi tocchi in situazioni in cui non ne vengono danni al paziente, la classica colecisti fantasma, per esempio) mentre si cercava di capire cosa era accaduto.
L’inchiesta interna mi scagiona del tutto, per (mia) fortuna: avevo visitato (luglio 2002) un paziente che veniva a controllo con la classica richiesta muta, il curante non specificava il motivo dell’esame; il paziente, circa 80 anni, come spesso accade, non sapeva/non aveva capito perchè faceva l’esame e non aveva portato alcun precedente in modo da consentirmi di consigliare eventuali ulteriori esami. Ho fatto il mio, l’ho mandato via, con la sensazione di aver potuto far meglio ma con un esame formalmente corretto – per quanto mi riguarda – e con le informazioni (praticamente nulle) a mia disposizione.
Cito letteralmente l’accusa del collega:
per riscontro di elevato valore di PSA (a me ignoto, non segnalato dal curante, non comunicato dal paziente) il mio paziente esegue una ecografia pelvica: l’ecografista  avrebbe dovuto, eseguito l’esame richiesto, segnalare al curante l’inappropriatezza dell’esame sovrapubico per diagnosticare un’eventuale cancro della prostata e suggerire di effettuare una ecografia prostatica transrettale.
Mi dispiacque molto, all’epoca, di esser accusato di qualcosa di cui non avevo colpa (non ho di fatto dovuto affrontare alcun procedimento giudiziario), per di più da parte di un collega; volendo trovare un colpevole si sarebbe dovuto puntare il dito sul curante che aveva mandato in giro il paziente senza specificare il motivo.
E ho imparato, col tempo e l’esperienza, ad adeguarmi alle strategie di medicina difensiva necessarie: quando mi capita di visitare un paziente che mi fa capire (non avendo portato documentazione) che forse ha il PSA elevato a completamento ed a scanso di equivoci scrivo la formuletta informativa per il medico curante . . . .
Con la cartella clinica informatica tutto questo combattimento ci sarebbe risparmiato e ci si potrebbe concentrare su altre, più importanti, problematiche !

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