burocrazia e medicina

ieri ho letto un interessante articolo dal corriere fiorentino sulle disavventure di un utente rimbalzato a destra ed a manca per completare la procedura sanitaria per cui era afferito all’ospedale. 
Mi sembra che le procedure siano abbastanza snelle nei centri in cui lavoro, non infrequentemente capita di toccar con mano che il sistema sembra strutturato più per ostacolare chi ha necessità di una prestazione sanitaria che per agevolare e rendere quanto più rapida possibile la soluzione del problema. 
E spesso noi medici ci troviamo a gestire problematiche meramente burocratiche che sottraggono tempo ed energie mentali all’azione professionale . . . 

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GIORNATA MONDIALE DELL’AIDS: 1 dicembre 2008

aids

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Continua a calare il numero delle persone che si sottopongono all’esame per la diagnosi di sieropositività. All’origine del fenomeno non c’è soltanto il calo di attenzione da parte dell’opinione pubblica, ma anche la stanchezza (! incredibile!) dei servizi e degli operatori sanitari nel proporre il semplice controllo. E’ la conseguenza del differente atteggiamento nei confronti della malattia. Gli italiani, erroneamente, credono non costituisca più un pericolo, perché oggi si può curare con farmaci sempre più efficaci, capaci di indurre la cronicità. Da 5 anni a questa parte gli infettivologi denunciano un progressivo abbassamento della guardia. Il richiamo ai test arriva alla vigilia della Giornata mondiale contro l’Aids del 1 dicembre 2008.
Gli unici numeri ufficiali riguardano gli utenti dei Sert, i servizi pubblici per le tossicodipendenze, e le carceri. Dal 90 ad oggi la percentuale dei detenuti che hanno eseguito l’accertamento è calata dal 45% al 33%. «Il vero problema è che i test non vengono offerti in maniera congrua – è l’analisi di Sergio Babudieri, della società italiana di medicina penitenziaria – Nella maggior parte degli istituti la richiesta viene fatta al momento dell’ingresso. Se il detenuto rifiuta, la richiesta non viene rinnovata. Ma se i servizi funzionano, come ad esempio nel carcere di bel Colle, a Viterbo, allora si vede che la risposta c’è. La percentuale dei sì al test sfiora il 99%. In istituti dove l’offerta non è così attiva, si fatica a raggiungere il 10%». Secondo Babudieri il calo dell’attenzione è «costante e preoccupante. Servono campagne che riaccendano la percezione del rischio».

Secondo la relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, nel 2007 sono stati testati il 39% degli utenti (il 12% risultano positivi). Il 61% dunque non é stato controllato o per rifiuto o perché già diagnosticato come positivo. L’anno precedente questa percentuale era del 59%. «Siamo molto preoccupati – dice Alfio Lucchini, federazione operatori dei servizi pubblici per le tossicodipendenze -. Proprio la scorsa settimana abbiamo analizzato il problema con gli esperti dell’Istituto superiore di Sanità. Abbiamo discusso su come migliorare l’accettazione dei test anti hiv e anti epatite C. Si è deciso di stimolare gli operatori a offrirli a tutti quelli che vengono avviati verso un percorso di recupero, a prescindere dal tipo di sostanze utilizzate, iniettive o inalatorie. C’è un calo di attenzione dei servizi, conseguenza di una minore attenzione da parte del sistema sanitario».

Il fenomeno è diffuso, ma non quantificabile, nella popolazione sana. La conseguenza è che, come mostrano i dati dell’Istituto superiore di sanità, negli ultimi 2 anni circa la metà dei pazienti cui viene diagnosticato l’Aids scoprono solo in quel momento di essere sieropositivi. «Brutto segnale di mancanza di consapevolezza da parte soprattutto degli eterosessuali, che si contagiano con rapporti non protetti», sottolinea l’Agenzia regionale di Sanità della Regione Toscana che ha lanciato una nuova campagna di sensibilizzazione intitolata «C’è ancora bisogno del lupo». In altre parole, la gente deve tornare ad avere grande timore del rischio di contrarre il virus. Un po’ come succedeva al tempo delle campagne degli anni ’90: Suscitò un certo effetto quella dell’«alone viola». Nei video le persone inconsapevolmente contagiate venivano circondate da un profilo color viola.«E’ ora di pensare a nuovi interventi incisivi – commenta l’immunologo Fernando Aiuti, oggi delegato del sindaco per le politiche sulla salute -. Le campagne di prevenzione dell’Aids hanno funzionato se mirate. C’è bisogno di rinnovare la raccomandazione sull’uso del profilattico. Senza fare terrorismo, ma con decisione. Il richiamo sull’importanza dei test diagnostici è prioritario». Lunedì 1 dicembre la Giornata mondiale verrà celebrata con un’iniziativa organizzata da Aiuti in Campidoglio alla quale parteciperà il sottosegretario al ministero del Welfare, Ferruccio Fazio.

Ascolta il brano rap “Quando sei lì per lì” degli Assalti frontali.

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dal 2015 Italia costretta a importare medici

Dal 2015 si aggiungerà anche la voce medici all’elenco delle importazioni del Belpaese.
“Entro il 2015 – rivela Sabino De Placido, professore di oncologia medica all’Università degli Studi Federico II di Napoli – l’Italia non avrà abbastanza medici per coprire il fabbisogno e dunque saremo costretti a importarli dall’estero”. La colpa, a detta degli oncologi, è “delle politiche troppo rigorose e miopi sul numero chiuso alle Facoltà di Medicina. Una strategia – spiegano – che non tiene conto delle reali necessità del Paese, ma solo delle capacità formative degli atenei, in rapporto ai fondi a disposizione”. L’Italia non sarà certo il primo Paese a rimanere a secco di medici. “La prima grande nazione a fare i conti con un numero insufficiente di camici bianchi è stata la Gran Bretagna, seguita ora anche dalla Spagna. E le conseguenze – continua De Placido – già si sono viste, e sono negative”. Gli esperti rivelano infatti che le importazioni prossime venture di camici bianchi in Italia non potranno avvenire da nazioni vicine a noi geograficamente e per formazione, ma verosimilmente “da Paesi dell’Est del mondo, per esempio India, Pakistan o Cina. Ma la loro formazione sarà diversa o tarata su altre malattie diverse da quelle più diffuse sul nostro territorio. Dunque ci troveremo a fare i conti con problemi reali se non si corre ai ripari. Anche perché – concludono – per completare la formazione di un medico ci vogliono dieci anni. Capiamo che la politica si interessa a questioni più vicine nel tempo, ma anche questa va affrontata”.

Riflessioni personali: quando m’iscrissi alla facoltà di Medicina non c’era il numero chiuso e si laureava in tempo circa il 10% degli studenti con elevato tasso di abbandono degli studi, il problema della sotto-occupazione era molto vivo, presente . . . .
Poi è arrivato il numero chiuso e gli effetti si vedono (più al Nord, meno al Sud): non conosco medici disoccupati, a meno che non scelgano volontariamente di non lavorare . . .

agopuntura: LA RISONANZA MAGNETICA NE PROVA L’EFFICACIA

L’agopuntura rappresenta uno dei rimedi più antichi per combattere il dolore e ora, grazie alla risonanza magnetica, e’ anche piu’ chiara l’interazione con le zone cerebrali da cui si sviluppa la risposta positiva allo stimolo doloroso. A illustrare cosa succede nel nostro cervello quando un ago viene infisso in un punto della mano o del piede e’ il professor Riccardo Rinaldi, docente all’Universita La Sapienza di Roma, nel suo intervento al convegno su ‘dolore: approccio multidisciplinare’, organizzato all’ospedale San Pietro Fatebenefratelli. Nel convegno e’ anche emersa la validita’ dell’abbinamento dell’agopuntura con l’omeopatia per il contrasto al dolore. ‘Nel cervello – spiega Rinaldi – esiste una mappa del dolore, varie zone sono collegate tra loro e ciascuna di esse rappresenta un particolare aspetto dell’esperienza dolore. Con la risonanza magnetica si e’ potuto vedere come l’agopuntura influenzi l’attivita’ di queste aree. Con l’infissione di un ago possiamo diminuire l’intensita’ del dolore oppure la sua sgradevolezza modificando il rapporto tra stimolo doloroso e cervello. Anche la sfera emotivo-emozionale coinvolta nell’esperienza dolore viene influenzata dall’agopuntura e puo’ modificare la risposta comportamentale al dolore’. ‘La mappa del dolore a livello cerebrale – continua Rinaldi – si accende in determinate aree in risposta ai vari stimoli dolorosi ma dopo le infissioni di aghi in certi punti del corpo si modifica la risposta. In definitiva, l’agountura modula il dolore’. I dolori piu’ facilmente trattati con l’agopuntura sono quelli alla spalla, l’artrosi del ginocchio o i traumi sportivi del ginocchio. Inoltre ha riscontri positivi nelle lombosciatalgie, nelle cervicoalgie e nelle cefalee tensivo muscolari.

in gravidanza cautela con i farmaci

Il risultato della totale assenza di farmaci specifici per la gravidanza è che nei nove mesi di attesa le donne finiscono con l’assumere molecole per le quali non è stata testata la sicurezza. L’esclusione dalla sperimentazione di questa popolazione ha degli ovvi risvolti etici, ma lascia insoddisfatti bisogni e domande e la scoperta di eventuali effetti negativi sul feto è lasciata agli studi osservazionali dopo l’immissione sul mercato (post marketing).
Un gruppo di ricercatori ha condotto un’indagine con riferimento all’Emilia Romagna, che per numero di abitanti si prestava a essere rappresentativa della popolazione italiana. I dati sono stati raccolti nel database sanitario regionale e, relativamente a tutto il 2004, sono stati identificati 33.343 parti di donne con un’età media di 32 anni, in maggioranza (86%) tra i 25 e i 39 anni e, infine sono stati esclusi dall’analisi farmaci prescritti non rimborsati dal SSN italiano, quelli non soggetti a obbligo di prescrizione medica e le medicine complementari.
Gli autori hanno rilevato che al 70% delle donne che hanno partorito nel 2004 è stato somministrato almeno un farmaco con obbligo di prescrizione durante la gestazione, mentre nel 48% almeno un prodotto che non fossero vitamine e sali minerali. In particolare, il 41% dell’intera coorte ha ricevuto almeno un farmaco nel primo trimestre, il 49% almeno uno nel secondo e il 59% almeno uno nel terzo trimestre di gravidanza. I farmaci maggiormente utilizzati erano terapie per patologie ematologiche e per organi emopoietici (41%), seguiti dagli antibiotici per uso sistemico (37%), farmaci per l’apparato gastrointestinale e per il metabolismo (13%), per il sistema genito-urinario e ormoni sessuali (12%). In base al sistema di classificazione del rischio in gravidanza, definito dalla Food and Drug Administration, risultava, inoltre, che il 49% delle donne aveva ricevuto un farmaco per il quale non è stato dimostrato alcuni rischio per il feto (categoria A). Tuttavia una quota simile, il 48%, aveva usato farmaci per i quali studi animali non indicano rischi per il feto ma non ci sono studi controllati sulle donne, oppure sono stati osservati effetti avversi in modelli animali ma non dimostrati in studi controllati (categoria B). Nel 19% dei casi si trattava di farmaci per i quali gli studi su animali hanno dimostrato rischi per il feto ma non esistono studi sulle donne (categoria C), il 19%. In percentuali molto più basse erano farmaci con evidenze di rischio per il feto ma con benefici che potrebbero superare i rischi (categoria D), 2%, oppure con rischio fetale confermato sulla base di studi su animali o sulle donne o su case report, laddove i rischi superano chiaramente i benefici (categoria X), 1%.
L’attenzione dei ricercatori si è rivolta a quella donna su 100 che ha assunto farmaci, principalmente statine e ACE-inibitori, di categoria X: rassicurante la bassa percentuale ma da spiegare il motivo della scelta, dal momento che, dicono, è difficile che un medico prescriva questi farmaci sapendo della gravidanza in corso. A meno che, non erano disponibili alternative, o molto più probabilmente, la donna già in terapia ha avuto una gravidanza non programmata e ha continuato ad assumere i farmaci prescritti senza realizzare il rischio a cui avrebbe esposto il nascituro. Oppure, ultima ipotesi, la sospensione della cura generava effetti avversi così gravi da rappresentare essi stessi un rischio, una circostanza che in genere riguarda la categoria D di molecole, come, per esempio, gli anticonvulsivanti che hanno un ruolo critico nella gestione dell’epilessia. In questi casi la coppia deve richiedere un consulto specialistico per valutare la scelta, mentre per i farmaci di categoria X il rischio è talmente chiaro da superare qualsiasi beneficio.
Gagne JJ et al. Prescription drug use during pregnancy: a population-based study in Regione Emilia-Romagna, Italy. Eur J Clin Pharmacol. 2008 Nov;64(11):1125-32

65% medici boccia comunicazione all’interno del Ssn

mi metto di sicuro nel 65 %: troppe volte mi capita di non rinunciare a parlare con un collega perchè non è al lavoro, non risponde al numero dell’ambulatorio, cellulare irraggiungibile . . . .medico-computer1
Talvolta ci riesco, più di frequente no, per cui c’è ancora (tanta) strada da fare . ..

Sembra incredibile, ma nell’era della comunicazione globale uno dei tanti problemi che affligge il nostro sistema sanitario sembra essere proprio la mancanza di comunicazione. Sia tra i reparti ospedalieri, che tra le strutture e la cosiddetta medicina del territorio. A pensarla così è il 65% dei medici italiani, che alla domanda “ritieni che nella tua struttura la comunicazione tra reparti, servizi e territorio funzioni in modo soddisfacente?” ha risposto con un secco: “no”. E’ quanto emerge da un sondaggio realizzato fra i camici bianchi da ‘Quotivadis’, quotidiano online di informazione medico-scientifica di Univadis. Secondo l’indagine, a intravedere uno spiraglio di luce è il 28% dei medici, secondo cui lo scambio di informazioni tra le diverse figure che operano nel nostro Ssn funziona, “a volte”. Maggiore ottimismo viene espresso dal 5% dei medici, che ritiene “soddisfacente” la comunicazione tra reparti, servizi e territorio. C’è infine un 3% di camici bianchi che non prende posizione, e a domanda risponde: “non saprei”.

cartella sanitaria elettronica

Accedere con un semplice click a tutte le informazioni sanitarie del cittadino. Un’operazione che sarà presto realtà, grazie al ‘Fascicolo sanitario elettronico’, un progetto a cui sta lavorando il ministero del Welfare, e che attraverso il codice fiscale del cittadino permetterà all’operatore sanitario di accedere online a tutte le informazioni del paziente. Proprio delle caratteristiche e delle potenzialità del ‘Fascicolo’ si è parlato ieri nel corso del III Forum del risk management in corso ad Arezzo. “Questo strumento – ha spiegato Rossana Ugenti, direttore generale sistema informativo del ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali – permetterà di superare l’isolamento delle persone che vivono in aree remote, degli anziani soli, dei pazienti con patologie gravi”. I dati contenuti nel documento potranno essere aggiornati da ogni operatore sanitario che prende in cura il paziente, dall’infermiere al medico di medicina generale. A garanzia del rispetto della legge sulla privacy è allo studio un sistema di identificazione dell’operatore sanitario che permetterà l’accesso riservato e controllato ai fascicoli. “Il sistema – ha aggiunto Lidia di Minco, della direzione generale del sistema informativo del ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali – consentirà il miglioramento della gestione dell’informazione e della comunicazione clinica. E ancora, la riduzione degli errori medici con la creazione di un database che raccoglie le esperienze di tutta la popolazione e la responsabilizzazione del paziente sulla propria salute”.

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