il lutto nazionale e la differenza tra un afgano e Michael Jackson (o un parà italiano)

Mi son trovato a sfogliare un vecchio (17 – 23 luglio 2009) numero di Internazionale e mi è capitato di rileggere un articolo, con il cui contenuto non posso che esser totalmente d’accordo.  Nonostante il dispiacere per i soldati italiani morti nel recente attentato in Afghanistan non posso non pensare che c’è qualcosa (tutto?) che non va nella missione di pace in Afghanistan ed un evidente doppio binario per quanto riguarda i morti.
Leggete, riflettete e magari andate a cercarvi anche questo libro in cui si parla di fuga dall’Iraq ovvero del disertore Joshua Key . . .

L’articolo è di Tom Engelhardt, storico e giornalista statunitense, fondatore del sito Tomdispatch.

La vita di un afgano non vale niente

Come una bomba. Sto parlando del matrimonio di mia figlia. Non capita spesso di vedere i figli così felici. Ho 64 anni, non amo le feste, ma ho ballato fino allo sfinimento. E mentre accompagnavo mia figlia all’altare non posso dire di aver pensato a quelle nozze afgane dove la bomba non è metaforica, dove la sposa, lo sposo e gli invitati muoiono mentre festeggiano. Nei giorni seguenti, però, ci ho pensato. O meglio, ho pensato che il mondo non s’interessa alle vittime civili di una guerra lontana. Il merito è di un articolo del giornalista Anand Gopal sul villaggio afgano di Garloch, nella provincia orientale di Laghman, dove all’alba di un giorno d’agosto del 2008 gli elicotteri statunitensi hanno compiuto un raid di sei ore. “Hanno sganciato una bomba sulla casa di Haiji Qadir, un signore che ospitava una festa di nozze, uccidendo sedici persone”. L’articolo ha attirato la mia attenzione perché, per quanto ne so, sono l’unico negli Stati Uniti a tenere il conto delle feste di nozze rovinate dalle azioni militari americane. Con l’articolo di Gopal il numero è salito a cinque. Ma solo tre episodi sono stati riferiti dalla stampa. Nella guerra in Afghanistan, che dura da quasi otto anni, il bilancio delle vittime dei matrimoni forse è modesto rispetto al totale. Ma in realtà nessuno sa quante nozze – rari momenti di festa in un paese che da trent’anni ha poco da festeggiare – siano state distrutte dai raid americani. Dopo che l’amministrazione Obama ha raddoppiato l’impegno in Afghanistan, tra gli esperti è cominciata a circolare l’ipotesi che il paese sia “la tomba degli imperi”. A Washington nessuno ha ammesso che gli Stati Uniti sono un impero, ma solo che forse stiamo subendo il destino di imperi passati. L’Unione Sovietica è stata sconfitta in Afghanistan dagli stessi jihadisti che ora combattono gli Stati Uniti. Si è ritirata dal paese nel 1989 ed è crollata nel 1991. Pare che anche i russi avessero l’abitudine di bombardare i matrimoni. Nella recensione a un libro sulla guerra sovietico-afgana, Christian Caryl ha scritto: “Un soldato sovietico ricorda un episodio del 1987, quando la sua unità aprì il fuoco su quella che pensava fosse una carovana di mujahidin. Poi i russi scoprirono di aver massacrato gli invitati a una festa di nozze che andavano da un villaggio all’altro. Quell’errore provocò una serie di rappresaglie contro i soldati dell’Armata Rossa. Un fatto senza dubbio noto ai pianificatori degli Stati Uniti e della Nato che cercano di contenere gli effetti dei danni collaterali”.
Lettera di condoglianze. Non fatemi parlare poi di quei tristi riti importanti quanto i matrimoni: i funerali. Quelli non li ho contati, ma non significa che Washington e i suoi alleati non abbiano bombardato anche i funerali in Afghanistan. In questi giorni gli Stati Uniti e i mezzi d’informazione si sono scatenati sulla morte di Michael Jackson. Il presidente Obama ha inviato una lettera di condoglianze alla famiglia e quasi due milioni di persone si sono registrate per ottenere uno dei 17.500 biglietti gratuiti per i funerali. Tutti sanno che Michael Jackson è morto, ma nessuno sa che noi americani abbiamo bombardato una festa di nozze dopo l’altra in Afghanistan. Uno di questi lutti – la morte di Jackson – ha poco a che fare con noi, gli altri sono una nostra responsabilità. Eppure uno occupa tutte le prime pagine dei giornali, gli altri passano inosservati. Penserete che da qualche parte c’è spazio per notizie minori: quelle spose, quegli sposi, quei parenti e quegli invitati meritano almeno un angolino di una prima pagina. Penserete che un presidente o un alto funzionario di Washington avrà mandato un biglietto di condoglianze a qualcuno. Ma la verità è che quando si tratta di vite afganenon importa se vengono bombardate cinque o cinquanta feste di nozze. Ora abbiamo inaugurato una nuova fase in Afghanistan. Dopo più di sette anni, gli Stati Uniti sono pronti a voltare pagina. I soldati americani si stanno spostando in massa a sud e i loro comandanti leggono un altro copione. Si parla di “proteggere i civili”, invece che uccidere i taliban. Si parla di modellare, ripulire, mantenere, costruire, non solo di atterrare, irrompere e ripartire. Il generale di brigata Larry Nicholson ha detto: “Dobbiamo capire che il motivo per cui siamo qui non è necessariamente il nemico. Siamo qui per le persone. Circonderemo una casa e aspetteremo, perché se la abbattiamo e dentro c’è una donna, un bambino o una famiglia, potremmo anche aver ucciso venti taliban, ma uccidendo quella donna o quel bambino avremo perso l’appoggio della comunità. Per loro saremo morti”. Ma, come spesso succede, il passato ci insegna che per gli americani una vita afgana non vale niente. A proposito di Vietnam, il generale William Westmoreland, intervistato dal regista Peter Davis per il documentario Hearts and minds, disse: “L’orientale non dà alla vita lo stesso valore che dà un occidentale. La vita vale poco in oriente”. All’epoca molti statunitensi, Davis compreso, pensavano che una vita vietnamita valesse quanto una americana. Ma negli anni della guerra in Afghanistan, gli americani hanno fatto delle parole di Westmoreland uno stile di vita e di guerra. Così la maggior parte degli americani ha potuto fingere che la guerra in Afghanistan non abbia niente a che fare con loro, mentre la morte di Michael Jackson sì. Quello che non sappiamo (o che non ci interessa sapere) ci danneggerà? Non so dire se sia peggio rispondere sì o no. Ma ho un consiglio per gli afgani: se la guerra, come previsto, andrà avanti ancora per anni, gli aerei continueranno a bombardare, a prescindere dalle promesse sulla protezione dei civili. Se fossi in voi, festeggerei le nozze e seppellirei i morti in silenzio. Perché quando voi vi riunite arrivano gli americani.

Tom Engelhardt, co-founder of the American Empire Project, runs the Nation Institute’s TomDispatch.com. He is the author of The End of Victory Culture, a history of the Cold War and beyond, as well as of a novel, The Last Days of Publishing. He also edited The World According to TomDispatch: America in the New Age of Empire (Verso, 2008), an alternative history of the mad Bush years.
[Note: I documented as fully as I could the previous Afghan wedding slaughters in “The Wedding Crashers: A Short Till-Death-Do-Us-Part History of Bush’s Wars” (July 2008). And here’s a selection of TomDispatch pieces on related subjects, if you’re interested in reading more: “Slaughter, Lies, and Video in Afghanistan” (September 2008), “What Price Slaughter?” (May 2007), “The Billion-Dollar Gravestone” (May 2006), “Catch 2,200: 9 Propositions on the U.S. Air War for Terror” (May 2006), and former U.S. diplomat John Brown’s “Our Indian Wars Are Not Over Yet” (January 2006). You might also visit filmmaker Robert Greenwald’s website Rethink Afghanistan.]
Copyright 2009 Tom Engelhardt

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