esercizio abusivo della professione

evidentemente la semplificazione normativa tende a semplificare un pò troppo se è davvero possibile che 49 (quarantanove, non uno) infermieri possono esercitare la professione in una ASL (in una azienda sanitaria pubblica, non in una clinica privata di provincia) non essendo iscritti all’albo professionale.
Vien da chiedersi: tutti quegli impiegati (perchè se ne vedono tanti, entrando in una struttura pubblica) cosa facevano ?
Possibile che ci si fermi all’autocertificazione (almeno quella l’avranno richiesta, immagino) e poi l’amministrazione della ASL non abbia richiesto conferma all’Università della veridicità della dichiarazione depositata presso i propri uffici?
Sembrerebbe di si, stando all’articolo del corriere; e non una, ma 49 volte . . .

Art. 348 Abusivo esercizio di una professione
Chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale e’ richiesta una speciale abilitazione dello Stato, e’ punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da lire duecentomila a un milione.

lei non si preoccupi !

faccio accomodare una paziente (ultrasessantenne) a cui inizio a chiedere (richiesta del medico abbastanza criptica, mi segnala un tumore, imprecisato, ha una vecchia ecografia sostanzialmente normale) notizie cliniche.
Al mio tentativo di far comunicare (quale tumore? dove? quando? eventuali recidive di malattia? metastasi già note?) mi risponde proprio così (testuale) lei non si preoccupi.
Come se il mio lavoro fosse di far l’ecografia e basta; l’inquadramento clinico-anamnestico è evidentemente inutile e farei bene a non chiedere altro; qualunque altra domanda non è ben accetta, lei non si preoccupi del resto.
Ci sarà di sicuro qualche gran professore di relazioni interpersonali che mi consiglierà caldamente di cambiar mestiere; io invece penso che talvolta ci si trova a fare il medico a latere: il paziente sa e decide cosa fare, perchè e quando, il medico è chiamato ad eseguire, diligentemente, senza fare troppe, inutili domande  . . .
Lei non si preoccupi!

fumo di sigaretta = 5 milioni di morti l’anno

5 milioni di morti l'anno

Il fumo uccide ogni anno 5 milioni di persone: il rischio è che si arrivi a 8 milioni di vittime a partire dal 2030 (oltre l’80% nei Paesi in via di sviluppo). Le statistiche sono dell’Organizzazione mondiale della sanità Who che annuncia maggior impegno sul fronte della lotta al tabacco in Africa a partire dall’implementazione del Framework Convention on Tobacco Control (Who Fctc), ovvero la Convenzione quadro dell’Oms sul controllo del fumo, una misura che sancisce alcuni principi che dovranno essere applicati su scala mondiale per arginare quella che ormai è considerata una vera e propria epidemia.
“Il tabacco – sottolinea Ala Alwan, vicedirettore generale Oms per le malattie non trasmissibili e la salute mentale – è la prima causa di malattia e morte evitabile. Sebbene il fumo sia meno diffuso in Africa che nelle altre regioni del mondo, le cose cambieranno se non ci diamo da fare”. A maggior ragione considerando che la diffusione del tabacco in Africa “non è solo un problema di salute ma anche di sviluppo – fa notare Alwan – perché non dobbiamo dimenticare che uccide le persone nei loro anni più produttivi”. Inoltre, il denaro che va in fumo per bionde, sigari e altro, non viene speso per altri beni “essenziali“, tanto più in un Continente come quello africano, “come l’istruzione, il cibo e le medicine”.”Dobbiamo agire ora per attuare la convenzione quadro dell’Oms, così da prevenire una epidemia del tabacco in Africa”, sottolinea Paul Samson Lusamba Dikassa, direttore del Programme Management dell’Oms Regional Office for Africa (Afro). “C’è un bisogno urgente di elaborare strategie efficaci contro il fumo – gli fa eco Douglas Bettcher, direttore della Oms Tobacco Free Initiative – e di lavorare con i Governi e le organizzazioni partner. Siamo in grado di promuovere la prevenzione per evitare che il tabacco abbia il sopravvento”. Le attività per mettere al tappeto il fumo in Africa saranno finanziate, in parte, da una sovvenzione di 10 milioni di dollari (NdS 2 dollari per ogni morto stimato) stanziato dalla Bill & Melinda Gates Foundation, la fondazione del magnate americano e fondatore di Microsoft.

Pareri sull’utilità preventiva della mammografia

A metà novembre 2009 la US Preventive Services Task Force (USPSTF) ha licenziato un aggiornamento delle linee-guida per lo screening del cancro mammario (Ann Intern Med 2009; 151: 716), contenente 2 raccomandazioni assai controverse, fonte di successive violente polemiche:
1) eliminazione della mammografia come test standard per le donne in età compresa tra 40 e 49 anni (in considerazione del minor beneficio presente in questa fascia di età)
2) esecuzione della mammografia con cadenza biennale ( e non annuale) dopo i 50 anni, per via del medesimo outcome clinico registrato con i 2 differenti ritmi di esecuzione.

In realtà vi è consenso che lo screening mammografico riduce la mortalità da cancro mammario nell’età compresa tra 40 e 74 anni; vi è ancora ampio spazio per migliorare l’educazione sanitaria e limitare le disparità di accesso ai servizi preventivi; è noto che la mammografia è gravata sia da falsi negativi (in particolare nei tumori della mammella estrogeno-recettori negativi) che da falsi positivi (con overdiagnosi, fonte di ulteriori accertamenti e stress).
L’American College of Radiology ha aspramente criticato la policy adottata dal USPSTF, interpretandola come una forma di razionamento delle risorse dedicate alla prevenzione ed un passo indietro nella lotta contro il tumore della mammella possibile fonte di morti evitabili.
Più equilibrato è stato il commento apparso on line il 25 novembre u.s. sul New England Journal of Medicine, a firma di Partridge AH e Winer EP, che conclude con la considerazione che lo screening mammografico non è di per sé proibito nelle donne tra i 40 ed i 49 anni, ma va valutato in base ai rischi personali presenti considerando i più limitati benefici assoluti in questa fascia di età. Vengono auspicate nuove metodiche di biologia molecolare e studi di associazione con il genoma per individuare con maggiore precisione i soggetti a rischio più elevato che possono giovarsi di misure preventive personalizzate.

Sapete, vero, quanto viene pagato un medico che referta le mammografie?

Il benessere dei medici migliora i sistemi sanitari

Numerose in letteratura sono le segnalazioni circa lo stato di malessere presente in molti medici: le  più frequenti condizioni descritte si riferiscono a stress, affaticamento, burn-out, disturbi relazionali, depressione, fino all’abuso di droghe o a tentativi anti-conservativi. Alcune stime indicano che 2/3 dei medici ritengono troppo pesante il carico di lavoro a cui sono sottoposti e circa la metà ha la sensazione di un incremento del proprio lavoro nell’ultimo anno (NdS aggiungete pure la convinzione che si vale molto meno di tante altre categorie lavorative, se è vero che la retribuzione è commisurata all’importanza del lavoro che si svolge). Alcune survey stimano un orario lavorativo medio settimanale di 50-60 ore. Quando le attività svolte si protraggono oltre le 24 ore consecutive aumentano in modo significativo gli errori ed i deficit di attenzione. Oltre ai carichi di lavoro, il continuo contatto con situazioni ad elevato impatto emotivo, con malati sofferenti e con la morte induce ulteriore stress. I continui e ripetuti cambiamenti organizzativi (aumento della domanda, burocrazia crescente, conflitto tra le necessità del sistema sanitario ed i bisogni dei pazienti, sempre minore autonomia decisionale) sono ulteriori fattori di rischio per uno stato di malessere.
A tutto ciò si associa spesso da parte dei medici una sorta di indifferenza e di trascuratezza per il proprio stato di salute, con la tendenza a procrastinare le indagini diagnostiche indicate e/o le terapie necessarie alla propria persona. In altri casi si può rilevare la tendenza a nascondere eventuali problemi clinici presenti, nella convinzione che il proprio stato di salute (se valido) possa essere interpretato – dai pazienti e/o dai colleghi – come un indicatore di buona competenza professionale.
Vi è crescente evidenza che uno stato di salute non ottimale dei medici eserciti conseguenze negative sul sistema sanitario, in termini di ridotta produttività ed efficienza, ma soprattutto di scarsa qualità delle cure erogate ai pazienti. Il benessere dei medici dovrebbe pertanto essere considerato come uno degli indicatori di qualità delle cure e, di conseguenza, si dovrebbe dare maggiore importanza ed offrire attenzione alla cura di questi aspetti.

Wallace JE et al
Physician wellness: a missing quality indicator.
The Lancet 2009; 374: 1714-1721

01 gennaio 2010: sospensione attività convenzionata di diagnostica medica

17 Dicembre 2009

Si comunica che, tenuto conto che la Regione Toscana ha rinviato l’applicazione delle nuove tariffe stabilite unilateralmente dalla Giunta Regionale con delibera 567/2009, la decisione già comunicata con nostra lettera del 22 Ottobre 2009 (di cui si allega copia in calce) di sospendere l’attività in convenzione dall’entrata in vigore del nuovo tariffario, sarà operativa per tutti i Professionisti associati a “Medici della Diagnostica Toscana” dal 1 Gennaio 2010, data di applicazione del Nuovo tariffario.

I Medici Professionisti della Diagnostica Convenzionata si rammaricano di essere stati costretti ad una decisione che provocherà disagio ai Cittadini che hanno deciso di rivolgersi alle strutture private convenzionate, ma i Pazienti devono sapere che è proprio per mantenere buoni livelli di attività sanitaria, che l’associazione Medito rifiuta di accettare la pesante riduzione di tariffe stabilite nel 1997 e mai aggiornate tenendo conto dell’aumento del costo della vita. Abbiamo espresso una proposta alternativa che mirasse a contenere i costi non agendo sulla tariffa del singolo esame, ma razionalizzando le richieste, ed evitando così indagini scarsamente utili o non congrue con lo stato clinico del Paziente, ma non abbiamo ottenuto alcun ripensamento da parte dell’Assessorato.

Sappiamo che da parte degli istituti vi sono stati ripetuti tentativi di addivenire ad un accordo, sforzo che non ha dato frutto.

La Regione Toscana è protagonista e responsabile di questa situazione.

Sperando in una revisione delle decisioni regionali, che permetta ai Cittadini di godere del diritto ad un’assistenza sanitaria di alto livello in ambito di Privato Convenzionato, ribadiamo la nostra volontà di difendere con il massimo impegno la professionalità medica.
L’applicazione dell’astensione dal lavoro convenzionato nelle varie sedi ove i Professionisti aderenti a Medito operano, avverrà tenendo conto degli specifici contratti stabiliti fra i Medici e le strutture, ma prevede, comunque, il blocco dell’attività diagnostica.

Il Presidente di MEDITO Medici della Diagnostica Toscana
Dott.Carlo Biagini
www.medito.net
medito2009@gmail.com

118ista: a rischio aggressioni ed incidenti

Le aggressioni agli operatori delle ambulanze del 118 sono all’ordine del giorno, soprattutto da parte di chi aspetta i soccorsi per un proprio congiunto e considera troppo lunga l’attesa. Ma sono gli incidenti stradali i pericoli maggiori, che provocano ogni anno morti e feriti. Lo denuncia Simone Di Giorgi, presidente del Coordinamento medici emergenza sanitaria (Comes) e segretario nazionale della Federazione italiana medicina di emergenza e delle catastrofi (Fimeuc). Nella Capitale si sono registrati alcuni gravi episodi di vandalismo, con il lancio di sassi contro ambulanze. “Questi sono casi estremi, fortunatamente isolati ma c’è un problema più generale di sicurezza da affrontare”. I rischi, infatti, sono quotidiani, ma purtroppo non ci sono dati nazionali che fotografino il fenomeno. “Le aggressioni più diffuse agli equipaggi – continua l’esperto – sono quelle legate alla diseducazione delle persone convinte che le ambulanze possano arrivare in tempo reale. Invece le medie sono di 8 minuti nell’area urbana e 20 nell’area extraurbana. Tempi perfettamente in linea con gli standard, ma che non sempre sono sufficienti per il paziente”. Bisogna pensare, poi, che spesso si interviene in situazioni di disagio sociale, dove l’aggressività è inevitabile. “Si lavora all’esterno, spessissimo in ambiente ostile e, per forza di cose, in situazione complesse e pericolose”, precisa Di Giorgi. “Per gli utenti – spiega ancora – noi rappresentiamo il terminale dell’intero sistema sanitario. Se c’è qualche disfunzione, è con noi che il cittadino arrabbiato se la prende”. A questo si deve aggiungere che, come in molti lavori a rischio, “spesso gli operatori, che pure sono preparati ad affrontare situazioni difficili, sottovalutano il problema della sicurezza e mettono a rischio la propria incolumità “. Ma sono gli incidenti stradali a mietere più vittime tra gli addetti ai lavori. “E questo è anche colpa dei mezzi inadeguati”, denuncia Di Giorgi, ricordando che il Comes aveva lanciato una proposta di concorso per la progettazione dell’ambulanza più sicura, anche alla luce del fatto che l’Italia non si è ancora adeguata alle normative di sicurezza europee. “Una proposta caduta nel vuota perché non ci sono risorse”, conclude.

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