Screening del Tumore della Prostata

riporto l’articolo di Paolo Spriano – Medico di Medicina Generale

ecografia transrettale della prostata

ecografia transrettale della prostata

La modalità di screening del tumore della prostata mediante dosaggio dell’Antigene Prostatico-Specifico (PSA) è oggetto da tempo di una controversa discussione scientifica a causa della non univoca interpretazione degli esperti sul bilancio tra il beneficio che determina sulla mortalità e i danni potenziali derivanti dalla sovradiagnosi. Da più di 20 anni il PSA è un metodo disponibile nella pratica clinica per identificare il tumore della prostata in soggetti asintomatici. Il suo utilizzo ha avuto un impatto drammatico sui dati di incidenza del tumore prostatico, modificando anche la mortalità specifica, ma senza permettere di discriminare i casi da trattare da quelli che non lo necessitano. Infatti la maggior parte dei tumori della prostata cresce lentamente e in molti soggetti con carcinoma della prostata questa non sarà la causa di morte. In questi casi lo screening espone il paziente al rischio di inutili e possibili effetti negativi conseguenti al trattamento con chirurgia, terapia ormonale o radioterapia. Da qui la necessità di orientare l’intervento medico solo dopo un attento bilancio tra rischi e benefici derivati dallo screening.

La US Preventive Services Task Force (USPSTF) ha recentemente pubblicato sugli Annals of Internal Medicine1 un aggiornamento con le evidenze disponibili dal 2008, anno in cui aveva consigliato di non sottoporre a screening con PSA soggetti di età superiore ai 75 anni senza fornire un ulteriore raccomandazione per gli uomini più giovani a causa delle insufficienti evidenze disponibili. Dopo un esame degli elementi di prova sui benefici e i rischi dello screening con PSA e il trattamento del cancro alla prostata localizzato, la USPSTF si è espressa contro il PSA di screening per uomini di ogni età perché, anche se i dati disponibili mostrano che lo screening salva delle vite, il numero di vite salvate è limitato e il rischio comprovato di danno supera ogni potenziale beneficio.

Questa raccomandazione ha determinato la presa di posizione critica della AUA (American Urological Association)2 che ritiene di non dover scoraggiare i MMG a prescrivere un test del PSA ai propri pazienti, ma di doversi concentrare sul modo migliore di orientare i medici in materia di screening mirati e su come consigliare i pazienti considerando il rischio individuale per il tumore della prostata. Operazione non semplice in contesti dove per molto tempo un management del carcinoma della prostata orientato alla precoce identificazione e al successivo trattamento aggressivo ha generato nei pazienti una fede cieca in questo tipo di approccio con una scarsa comprensione dei danni che lo screening e gli interventi medici possono causare.

In questi mesi la discussione scientifica si è concentrata essenzialmente sull’interpretazione dei più recenti risultati di follow up disponibili dai trials in corso. Il Prostate, Lung, Colorectal and Ovarian (PLCO) Cancer Screening trial3 dopo 13 anni non ha dimostrato una riduzione di mortalità nel gruppo di screening e questo essenzialmente per l’alta percentuale di contaminazione dei test effettuati fuori dallo studio. Infatti il 44% dei soggetti aveva eseguito un PSA prima della randomizzazione e circa l’85% degli uomini, nei due bracci del trial, ha eseguito almeno un PSA di screening. L’European Randomized Study Screening for Prostate Cancer (ERSPC)4 ha pubblicato i risultati a 11 anni di follow up che dimostrano una significativa riduzione della mortalità relativa per cancro della prostata (27%) nei soggetti in screening, che scende al 29% dopo correzione per i bias di selezione. Un risultato ancor più evidente è fornito dal trial di Göteborg5 in cui la mortalità relativa si è ridotta del 44% dopo 14 anni di follow up. Fin qui è evidente un beneficio dello screening del PSA in termini di riduzione della mortalità relativa, aumento del guadagno di anni di vita e di riduzione dei casi di malattia avanzata alla diagnosi. Però lo screening con PSA è associato a sostanziali effetti sfavorevoli. Nell’ERSPC l’incidenza cumulativa nel gruppo d’intervento è stata del 7,4% rispetto al 5,1% dei controlli con una percentuale di questi tumori (10 – 56%) che non avrebbe dato sintomi clinici. Questi casi, attribuibili alla sovradiagnosi, sono spesso trattati con il rischio di provocare eventi avversi che possono accompagnare il paziente per un periodo molto lungo (dai 5 ai 12 anni) e quindi molto prima che si presentino i sintomi strettamente correlati al tumore. Da qui la necessità di fare un bilancio tra rischi e benefici, ma con il problema di mettere a confronto esiti a differente unità di misura per i benefici (morti evitate) e per rischi (sovra-trattamento, disfunzione erettile e intestinale, incontinenza urinaria).

I ricercatori del Trial Europeo hanno pubblicato sul New England Journal of Medicine6 i risultati di una analisi di simulazione dello screning che potrebbe rispondere ad un quesito cruciale e ad oggi senza risposta – “Si può vivere più a lungo e meglio dopo lo screening?” .

Il modello ha integrato i risultati di mortalità dell’ERSPC, le probabilità di complicanze avverse legate alla diagnosi e correlate al trattamento (ad esempio, incontinenza, impotenza), e le stime di decremento in termini di qualità di vita in seguito a questi esiti avversi. Usando come unità di misura univoca, sia per la valutazione dei rischi che dei benefici, il quality-adjusted life years (QUALYs) il modello ha previsto che lo screening di 1000 uomini di età tra 55 e69 anni ogni anno avrebbe allungato la vita di 9 uomini con una media di 8 anni ciascuno e avrebbe prodotto un incremento su 1000 uomini di circa 73 anni di vita. Tuttavia, quando il modello ha considerato gli effetti negativi sulla qualità della vita (di tutti gli uomini che si sottopongono a screening, biopsia e trattamento), il beneficio dello screening corretto per il QALYs è sceso da 73 a 56 anni acquisiti ogni 1000 uomini. Variando il peso degli eventi avversi nella stima del modello più favorevole lo screening aggiunge 97 QUALYs per 1000 uomini, mentre per la stima meno favorevole determina una perdita di 21 QUALYs, ovvero potrebbe essere dannoso. Questi risultati confermano che il valore dello screening con PSA dipende sostanzialmente da come si pesano i rischi e i benefici. L’altro aspetto clamoroso di questa analisi teorica è il vantaggio stimato (9 morti evitate per tumore della prostata ogni 1000 soggetti) che è nove volte più grande di quello che in realtà è stato dimostrato finora nell’ERSPC (1 morto evitato ogni 1000 uomini dopo un follow up medio di 11 anni).

Questa enorme differenza tra beneficio stimato e risultati effettivi consiglia grande prudenza nel trarre conclusioni. La raccomandazione dell’USPSTF si pone contro lo screening di massa del PSA, ma i pazienti continuano a richiedere il test a causa della storia famigliare o per fattori, come l’etnia, associati ad un maggior rischio di cancro alla prostata, o semplicemente per una particolare preoccupazione individuale. In questi casi i medici dovrebbero rendere consapevoli i loro pazienti dei rischi e dei benefici provati e non provati dello screening con PSA, in una pratica medica orientata dalle evidenze verso scelte condivise.

Bibliografia

Moyer VA. and on behalf of the U.S. Preventive Services Task Force Screening for Prostate Cancer: U.S. Preventive Services Task Force Recommendation Statement Ann Intern Med 2012;157:120-34

American Urological Association AUA DISPUTES PANEL’S RECOMMENDATIONS ON PROSTATE CANCER SCREENING AUA News 2012 May 21

Andriole GL, Crawford ED, Grubb RL III, et al. Prostate cancer screening in the randomized Prostate, Lung, Colorectal, and Ovarian Cancer Screening Trial: mortality results after 13 years of follow-up . J Natl Cancer Inst 2012;104:125-132

Schroder FH, Hugosson J, Roobol MJ, et al. Prostate-cancer mortality at 11 years of follow-up. N Engl J Med 2012;366:981-990

Hugosson J, Carlsson S, Aus G, et al. Mortality results from the Göteborg randomised population-based prostate-cancer screening trial . Lancet Oncol 2010;11:725-732

Heijnsdijk EAM et al. Quality-of-life effects of prostate-specific antigen screening . N Engl J Med 2012; 67:595

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acido fluoridrico HF: cosa fare in caso di esposizione alla sostanza tossica

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MISURE DI PRIMO SOCCORSO in caso di esposizione all’acido fluoridrico HF

in caso di inalazione di acido fluoridrico HF:

– Allontanare il soggetto dalla zona contaminata

– In caso di inalazione di grandi quantitivi somministrare pastiglie effervescenti di gluconato di calcio in attesa del medico o del ricovero in ospedale.

– Somministrare ossigeno in caso di difficoltà di respiro.

– Respirazione artificiale in caso di arresto del respiro o se vi sono segni di collasso.

in caso di contatto con la pelle di acido fluoridrico HF:

– Allontanare il soggetto dalla zona contaminata

– Togliere immediatamente di dosso gli indumenti contaminati.

– Lavare con abbondante acqua la zona cutanea interessata per un minuto.

– Applicare gel di gluconato di calcio 2% in attesadel medico o del ricovero in ospedale.

in caso di contatto con gli occhi di acido fluoridrico HF:

– Allontanare il soggetto dalla zona contaminata

– Irrigare immediatamente con molta acqua o con soluzione salina isotonica per almeno 10 minuti.

– E’ necessario un intervento medico specialistico.

in caso di ingestione di acido fluoridrico HF:

– Allontanare il soggetto dalla zona contaminata

– Far sciacquare la bocca con acqua.

– Se il paziente è cosciente somministrare abbondante acqua da bere; successivamente può essere somministrato latte di magnesia.

– Richiedere il soccorso medico di emergenza.

Mezzi di trattamento specifico ed immediato da tenere sul posto di lavoro:

– Soluzione salina isotonica.

– Gel di gluconato di calcio.

– Pastiglie effervescenti di gluconato di calcio.

– In prossimità dei luoghi di lavoro prevedere la presenza di fontanelle lavaocchi e docce di emergenza.

Acido fluoridirico HF non è combustibile: quindi non c’è rischio d’incendio.

acido fluoridrico HF: informazioni, effetti tossici, cosa succede in caso di esposizione alla sostanza tossica

acido fluoridrico HF

Formula chimica dell’acido fluoridirico HF: è un acido minerale relativamente debole, incolore, molto velenoso, dall’odore penetrante. A temperatura ambiente l’acido fluoridirico HF si presenta allo stato gassoso, al disotto di 19 °C si presenta sotto forma di liquido incolore.
È presente in natura come prodotto dell’attività esalativa dei vulcani.
La preparazione dell’acido fluoridirico HF avviene per azione dell’acido solforico concentrato sul fluoruro di calcio possibilmente puro e finemente macinato.

La inalazione dei vapori dell’acido fluoridirico HF provoca intossicazione delle vie respiratorie e, in funzione della durata della esposizione e della concentrazione dell’aerodisperso, riduzione della capacità respiratoria, congestione polmonare, spasmi muscolari, convulsioni, esito letale.
La sintomatologia respiratoria potrebbe instaurarsi dopo qualche ora dalla esposizione.
Il contatto diretto dell’acido fluoridirico HF con la cute provoca ustioni dolorose, ulcerazioni. Il contatto con gli occhi provoca ustioni corneali, con possibile compromissione della vista

su eurofluor una guida completa (PDF) per la Gestione degli infortuni da Acido Fluoridrico HF.
Acido fluoridirico HF non è combustibile.

L’acido fluoridrico è il principio attivo (in concentrazione dal 4 al 30%) di numerosi prodotti commerciali (piccoli flacconi da 10 ml) generalmente chiamati “antiruggine” destinati all’uso domestico per togliere macchie di ruggine o di frutta da abiti e tessuti. Dal punto di vista tossicologico la caratteristica del contatto cutaneo con soluzioni diluite di acido fluoridrico (concentrazione inferiore al 40%) è rappresentata dalla latenza di comparsa dei sintomi (e quindi anche della terapia): inizialmente non vi è alcun segno, nè locale nè sistemico. Tuttavia qualche ora dopo il contatto cutaneo (da 1-2 a 10-24 ore, con una correlazione inversamente proporzionale alla concentrazione dell’acido fluoridrico) compare dolore intenso, urente, nella zona colpita che, caratteristicamente, non presenta lesioni superficiali: tale sintomatologia dolorosa è resistente a qualunque analgesico, anche agli oppioidi. Questa discrepanza fra il forte dolore e l’assenza di obiettività locale nonchè la latenza di comparsa dei sintomi fa sì che l’avvelenamento sia misconosciuto dal medico di pronto soccorso, che, in genere, dimette il paziente senza sottoporlo ad alcuna terapia. Tuttavia dopo il periodo di obiettività negativa, la zona colpita diviene in un primo tempo eritematosa e assume quindi un colore bianco-grigio (necrosi ischemica). In seguito compaiono edema e rigonfiamento, vescicole a contenuto sieropurulento e necrosi (necrosi colliquativa) determinata principalmente dalla chelazione del calcio e blocco di diversi sistemi enzimatici (glicolisi, ciclo degli acidi bicarbossilici) ad opera dello ione fluoro. Le necrosi profonde si hanno anche per contatto con soluzioni diluite, e quindi in assenza di lesioni superficiali: in questo caso i segni del danno in profondità, in primis il dolore, compaiono dopo un periodo di latenza anche di diverse ore (1-24 ore). Il tipico dolore urente è dovuto a stimolazione diretta delle terminazioni nervose in seguito allo squilibrio ionico locale: chelazione del calcio, aumento della permeabilità al potassio, alterazione del potenziale di membrana e depolarizzazione spontanea. Particolarmente pericoloso è il contatto con le unghie che, se non adeguatamente trattato, può portare a perdita delle falangi distali.

A Berlino hanno dovuto chiudere al traffico la centralissima Alexanderplatz: ignoti hanno distrutto le pareti vetrate delle fermate lungo la Karl-Liebknecht-Strasse spargendo acido fluoridrico nell’ambiente (aggiornamento: falso allarme).

chi ci guadagna dalle cause per ‘malasanità’ ?

Risposta: le assicurazioni, sopratutto considerando che solo 1 su 100 cause per malasanità va a buon fine (ovvero 99 medici su 100 vengono scagionatifonte Istituto di Medicina Legale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) !

Sei strutture su dieci, tra Asl e aziende ospedaliere, non sono assicurate per coprire la eventuale colpa grave dei propri dipendenti. È uno dei dati emersi dall’indagine sulle coperture assicurative condotta dalla commissione d’inchiesta sugli errori e i disavanzi sanitari, sulla base di 169 questionari compilati da altrettante strutture (il 55% del totale). Una “anomalia” che mette a rischio la possibilità del cittadino di essere risarcito, visti i costi spesso insostenibili per il singolo operatore. doctors

Secondo la fotografia scattata nella relazione della commissione guidata da Antonio Palagiano, in media il premio assicurativo corrisposto dalle aziende sanitarie a livello nazionale è aumentato, dal 2006 al 2011 del 35% attestandosi lo scorso anno in media sui 2,7 milioni di euro (contro i 2 milioni del 2006) passando dai 288 milioni di euro complessivamente versati nel 2006 a 354 milioni nel 2011. Ma, si sottolinea nella relazione, a fronte anche dell’aumento delle richieste di risarcimento, cresciute nello stesso lasso di tempo del 24% (quelle pervenute alle compagnie sono in media 13.702 l’anno), si sono ridotti del 75% i risarcimenti effettivamente liquidati. Gli importi liquidati dalle assicurazioni sono passati «dai 191 milioni del 2006 ai 91 milioni del 2011». In particolare, si osserva, «nel Nord Ovest i pagamenti sono scesi da 68 milioni a 11 milioni, arrivando a un sesto del valore di 5 anni prima». Una chiave per ridurre i costi delle assicurazioni per Asl e ospedali sarebbe il Fondo regionale assicurativo, che però, emerge dalla relazione, è presente solo in 4 Regioni (20,7%): Toscana (16 aziende sanitarie, il 45,7%), Friuli Venezia Giulia (9 centri, il 25,7%) Liguria (9 aziende, il 25,7%) e Basilicata (1 azienda, il 2,9%). Sono invece 122 le Asl (il 72,2%) che si affidano alle compagnie assicurative (con il settore sostanzialmente in mano a poche compagnie, dominato dalla Am Trust Europe, con cui si sono assicurate il 46% delle aziende sanitarie nel 2011-2012. Tra gli altri competitor Xl Insurance, Qbe Insurance, City Insurance, Llyod’s of London, Generali Assicurazioni, Cattolica Assicurazioni. «Diffondere l’utilizzo del Fondo regionale – ha sottolineato Palagiano – permetterebbe di ridurre la spesa pubblica per le assicurazioni» e anche il ricorso alla medicina difensiva che costa ogni anno «tra i dieci e i 14 miliardi di euro».

corso ECM Le Neoplasie Ovariche: conoscenze assodate e novità in diagnostica e terapia

tumore ovaiePresso il Centro Oncologico Fiorentino (Via A. Ragionieri, 101 – 50019 Sesto Fiorentino FI) il 21 Febbraio 2013 a partire dalle ore 20.30 avrà luogo un incontro organizzato dal Dott. Carlo Biagini dal titolo “Le Neoplasie Ovariche: conoscenze assodate e novità in diagnostica e terapia”.

L’evento ha ottenuto nr.4 crediti formativi ECM per le Figure Professionali del Tecnico Sanitario di Radiologia Medica, dell’Infermiere e del Medico Chirurgo nelle discipline di: Anatomia Patologica, Anestesia e Rianimazione, Chirurgia Generale, Ginecologia e Ostetricia, Igiene, Epidemiologia e Sanità pubblica, Medicina Generale (Medici di Famiglia), Medicina Interna, Medicina Nucleare, Patologia clinica (Laboratorio di Analisi chimico-cliniche e Microbiologia), Oncologia, Radiodiagnostica, Radioterapia.

Il Corso è stato accreditato per un numero massimo di 30 partecipanti. Superato tale numero di iscritti non potrà essere garantita l’assegnazione dei crediti ECM.

La quota di iscrizione prevista è di euro 20,00 IVA inclusa. Tale quota potrà essere saldata il giorno del Corso oppure tramite bonifico bancario alle seguenti coordinate:

NICO Srl Banca di Credito Cooperativo di Signa
IBAN IT34N0886638110000000081105

info@nicocongressi.it

http://www.nicocongressi.it

LA SERENITA’ E LA SUA OMBRA

Un the all’Hospice di Prato

se ne parla, su iniziativa di SCHEDA, con FILE Fondazione Italiana di Leniterapia nei locali dell’Hospice in piazza del Collegio 10 (Prato): GIOVEDI 31 GENNAIO ALLE ORE 17; ulteriori dettagli sull’incontro cliccando qui.
Potete già approfondire la tematica online cliccando qui.

Corpo ‘a pera’ non riduce rischi cuore, smentito falso mito

corpo_mela_peraPancia piatta ma ‘lato B’ rotondo? Attenzione comunque al cuore perché, contrariamente a quanto si pensi, il grasso dei glutei non è molto più innocuo di quello addominale. A sfatare la convinzione che finora ha consolato le persone con il corpo a pera, illuse di essere quantomeno più protette di quelle a mela dal punto di vista cardiovascolare, è un gruppo di scienziati americani dell’University of California Davis Health System, pubblicato online sul ‘The Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism‘, e che sarà riportato in marzo sulla versione cartacea della rivista.

“Il grasso addominale è stato a lungo considerato il più pericoloso per la salute, mentre quello dei glutei viene ritenuto protettivo contro diabete, malattie del cuore e sindrome metabolica. Ma la nostra ricerca sfata il mito che il grasso dei glutei sia innocente”, afferma Ishwarlal Jialal, responsabile dello studio. Valutando 45 pazienti con sindrome metabolica iniziale (almeno tre fattori di rischio inclusi obesità centrale, ipertensione, aumento della glicemia al di sotto della soglia di diabete, livelli elevati di grassi nel sangue in assenza di cardiopatie e diabete), e 30 soggetti controllo con meno di due fattori di rischio, glicemia e trigliceridi normali, nei pazienti con sindrome metabolica il team Usa ha osservato che la presenza di grasso nella zona dei glutei, indipendentemente da età, indice di massa corporea e girovita si associa a livelli anomali di due proteine – la chemerina e l’omentina-1 – correlate a infiammazione e resistenza insulinica, anticamera del diabete.

In particolare, livelli elevati di chemerina sono legati a 4 su 5 fattori ‘spia’ della sindrome matabolica. I ricercatori ritengono quindi che “futuri e più ampi studi epidemiologici dovrebbero valutare il ruolo di questa proteina come biomarker per lo sviluppo di diabete e malattie cardiovascolari nella sindrome metabolica”.

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