ci fanno la cresta / sulla salute non si scherza

uno dei commenti che ho sentito e che la dicono lunga sul sentire comune: è la dicotomia che ci dilania ovvero devo far fare una lunga lista di esami (perchè potrebbe avere una lunga serie di patologie: più ne faccio fare, più avrò possibilità di scoprirne) o devo bilanciare l’intervento orientando solo sul percorso più logico e ragionevole ed appropriato ?
E’ il baratro della medicina difensiva, (non) se ne parla durante Il Geco, di Mario De Santis e Benny, trasmissione radiofonica andata in onda su radio capital il 18-02-2013: potete ascoltare le riflessioni dei giornalisti ed i vari interventi degli ascoltatori cliccando qui

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il tempo necessario a risolvere un’accusa di malpractice rappresenta uno stress per pazienti, medici e sistema legale

e non solo uno stress
Leggo la notizia (Adnkronos Salute, a seguire) e mi ritorna in mente i ragionamenti – tra colleghi – fatti ad una pizza di fine anno: la preoccupazione, da parte dei miei amici, di trovarsi in situazioni pesanti a causa dell’attività professionale.
Stiamo precipitando, lentamente e pertanto spesso inavvertitamente, in un gorgo che non ci porterà da nessuna parte: di certo non a migliorar il livello qualitativo dell’attività professionale.

in India, in ospedale

in India, in ospedale

Demagogicamente si preferisce lasciar inaffrontato il problema che sta minando, dalle basi, il sistema sanitario nazionale (e non solo in Italia: qui si parla di USA, che fanno da apripista).

Ore e ore passate ad aspettare l’esito delle indagini su accuse di malpractice. Per un medico, quest’attesa si traduce in media in una fetta pari a più del 10% (circa l’11%) della propria carriera in fumo. E alcuni passeranno quasi un terzo della loro carriera in camice bianco a fare i conti con dei ‘sinistri’ aperti. E’ quanto emerge da uno studio Usa pubblicato su Health Affairs. La ricerca mostra che il periodo di tempo necessario a risolvere un’accusa di malpractice rappresenta uno stress per pazienti, medici e sistema legale. E se in molti casi il procedimento si risolve con un nulla di fatto, i mesi e gli anni passati con un’azione legale pendente possono essere addirittura più stressanti per i camici bianchi rispetto al costo economico finale della presunta malpractice. “Crediamo che il tempo necessario per risolvere le cause di questo tipo possa essere un motivo importante per le proteste dei medici e la loro richiesta di una riforma sulla malpractice, e che ogni tentativo” in questo senso “avrà bisogno di prendere in esame la velocità con cui vengono risolti i casi”, spiega Anupam Jena dell’Harvard Medical School (Usa). Utilizzando un database di una grande agenzia nazionale di assicurazione sanitaria, Jena insieme a Seth Seabury, economista della Rand Corporation, ha analizzato la quantità di tempo passata dai medici con sinistri aperti. Le denunce sono state ripartite per specialità, gravità e per la presenza o meno di una dimostrata negligenza (alla fine del procedimento). Fra i fattori che contribuiscono alla quantità di tempo che un medico trascorre con azioni pendenti sul capo, dicono i ricercatori, c’e’ la lunghezza del procedimento legale. La tipica causa per malasanità in America non è depositata fino a quasi due anni dopo che l’incidente si è verificato, e non si risolve – almeno negli Usa – fino a 43 mesi dopo quella data. Inoltre molte di queste case finiscono in nulla: i medici passano fino al 70% del tempo ad attendere una sentenza che non comporta un pagamento. Inoltre, almeno negli Usa, i più ‘bersagliati’ dalle accuse di malpractice, sempre in termini di anni di carriera spesi, sono i neurochirurghi, con circa 131 mesi (il 27% della durata della loro carriera) a combattere con un’accusa di malasanità sul capo. Dall’altro lato della classifica troviamo gli psichiatri, con quasi 16 mesi di carriera (poco più del 3%). I ricercatori hanno notato che lo stress legato a lunghe e numerose cause può anche portare al ricorso massiccio alla medicina difensiva, facendo impennare così la spesa per le cure. Nei casi in cui si verifica un episodio di malpractice, auspicano gli studiosi, la compensazione deve essere equa e rapida. E nei casi in cui non vi è alcun fondamento alle accuse, il caso deve essere chiuso il prima possibile, per evitare di sprecare risorse significative. “La nostra sensazione – conclude Seabury – è che probabilmente stiamo spendendo troppo tempo per risolvere molti di questi casi, e che la lunga durata dei procedimenti abbia portato a costi inattesi per pazienti, medici e per il sistema sanitario nel suo complesso”.

appropriatezza della assistenza specialistica ambulatoriale

TACda quotidianosanita.it

Il provvedimento introduce anche misure per favorire l’appropriatezza dell’assistenza specialistica ambulatoriale e conseguire una riduzione degli oneri a carico del Ssn per tale livello di assistenza. In particolare le Regioni dovranno attivare programmi di verifica sistematica dell’appropriatezza prescrittiva ed erogativa dell’assistenza specialistica ambulatoriale, attraverso il controllo delle prestazioni prescritte ed erogate a pazienti con specifiche condizioni cliniche e, comunque, di almeno il 5% delle prestazioni prescritte, effettuando cioè un controllo sulle ricette. Per favorire lo svolgimento dei controlli, si prevede l’obbligo del medico prescrittore di indicare nella ricetta il quesito o il sospetto diagnostico che motiva la prescrizione, pena la inutilizzabilità della ricetta stessa.
Inoltre, si forniscono in un allegato, le indicazioni prioritarie per la prescrizione di prestazioni di diagnostica strumentale frequentemente prescritte per indicazioni inappropriate.

NdS qualcosa si muove, per arginare il fenomeno mangiasoldi della medicina difensiva. Se il modo migliore sia obbligare al controllo random, proprio non so. Quanto i medici che rifiuteranno di prescrivere esami inutili saranno tutelati in caso di denuncia, lo ignoro . . .

su Internet e tramite altri canali ho trovato nuove cure

internetl’articolo che leggo, stamattina, riporta il caso di una madre che ha deciso di NON curare suo figlio (7 anni) affetto da tumore al cervello affidandosi alla medicina tradizionale bensì di scegliere cure alternative.
C’è di mezzo, per complicar le cose, un divorzio non propriamente consensuale nonchè il giudice che le impone di curarlo mediante strategie terapeutiche efficaci.
Quale medico curerà con animo libero questo bimbo ?
Chi (dei colleghi che avranno in carico questo delicato caso) non si sentirà in dovere di tutelarsi attuando procedure di medicina difensiva ?

Riporto solo alcuni estratti, l’articolo integrale lo trovate sul fatto quotidiano
Io su Internet e tramite altri canali ho trovato nuove cure ed è mio diritto fidarmi di quello che mi dice il cuore
Se solo mio figlio dovesse soffrire, anche solo un minimo, denuncerò tutti. Se poi non dovesse sopravvivere almeno cinque anni come mi hanno promesso, li denuncerò nuovamente. Qui è in gioco il diritto di una madre a vedere felice il proprio figlio

Giusto per correttezza, per rammentare ai miei pochi lettori come stanno le cose: ricordate che internet può risultare, qualche volta, fuorviante e che anche la medicina alternativa può far danni, e danni gravi  . . . .

solo UNA denuncia (in ambito sanitario) su 100 diventa effettiva condanna

medico-computer1il che significa che 99 denunce a medici, su 100, non vanno a buon fine ovvero i medici in questione NON sono condannati: parliamo del grave, serio problema della Medicina difensiva stimato in oltre una decina di miliardi l’anno.
Soltanto una denuncia ogni 100 contro i medici si traduce in reale condanna. È questo il dato che emerge, da una ricerca condotta dall’Istituto di medicina legale dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Roma su dieci anni di attività della Procura, sulle denunce in ambito sanitario che Amami, associazione per i medici accusati di malpractice ingiustamente, presenterà al V Congresso nazionale dell’associazione, che aprirà a Roma il 14 dicembre. Un dato definito, in una nota dell’associazione, «shockante», dal momento che, si legge, si tratta di «un fenomeno che mette in crisi sempre di più i camici bianchi, perché ormai da troppo tempo si tende a cercare a tutti i costi un errore anche nei confronti medici che in realtà non hanno avuto nessuna mancanza, complicandone la situazione psicologica, mettendone in discussione la carriera e spingendo al ricorso alla medicina difensiva». Usando, per altro, vie legali inappropriatie: «Usare lo strumento penale come accade attualmente è scorretto» spiega Maurizio Maggiorotti, presidente Amami «non porta a nulla di fatto, come dimostrano i dati di questo studio, alimenta la medicina difensiva e la sfiducia nei medici da parte dei cittadini, con un allungamento dei tempi delle procedure penali che riguardano altri ambiti. Su questo fronte non siamo allineati con paesi dell’Unione europea dove, invece, si seguono procedure civili di risarcimento danni. Noi da 10 anni chiediamo l’istituzione del Fondo vittime dell’alea terapeutica, su modello francese, per l’indennizzo di pazienti vittime di complicanze incomprimibili e imprevedibili insite nelle cure». Lo studio, aggiunge Maggiorotti è «il primo che dimostra in modo concreto quanto percepito dalla Procura di Roma, e dalla procura di Venezia. In Italia non ci sono osservatori e non è obbligatorio segnalare questi casi, quindi finora sono mancati dati reali sul fenomeno». Il congresso, conclude il presidente Amami, «sarà occasione per affrontare questioni come le conseguenze del Decreto Balduzzi, in particolare dell’articolo 3, la disdetta della polizza di assicurazione dopo un’informazione di garanzia sebbene senza seguito».

pensare alla grande ovvero della medicina personalizzata

Molti farmaci non funzionano, ovvero sono inutili.
E su questo noi medici, i medici che hanno potere prescrittivo, dovremmo far esame di coscienza.
Ma c’è chi intravede un campo di investimento: la medicina personalizzata in cui ti curo come il tuo DNA mi suggerisce di fare, risparmiando, peraltro, tanti bei soldini  . . . .
E’ il futuro, ipertecnologico, della cura del paziente ?
E’ un tentativo di speculazione che va, sagacemente (per chi è a caccia di profitti sicuri), a scavare in un terreno fertile (l’ansia di non voler morire) ?

su Internet prima che dal medico

quasi il 44% degli italiani si informa su Internet prima di rivolgersi al medico curante: più di 2 su 5 quando devono affrontare un problema di salute  in prima battuta si rivolgono a ‘dottor Google’.   E’ uno dei dati emersi da un sondaggio condotto online dalla neonata Associazione Peripato, in collaborazione con Corriere.it. L’associazione, presieduta dallo pneumologo Sergio Harari, ha proprio l’obiettivo di contrastare lo strapotere del web facendo cultura. Ma anche promuovendo una medicina più ‘umana’, fatta di contatto diretto tra il medico e il suo paziente.
La relazione medico-paziente è giudicata buona dal 34,5% di chi ha risposto al questionario in 7 domande, il 44% ritiene il rapporto parzialmente soddisfacente e il 22% – più di una persona su 5 – lo boccia come “per nulla soddisfacente”. Un terzo dei partecipanti, inoltre, si dichiara insoddisfatto del tempo che il medico dedica loro. Per il 38% la medicina di oggi e del futuro dovrebbe puntare sulla formazione del medico al contatto umano. Una voce, quest’ultima, che si classifica al pari dei “maggiori investimenti nella ricerca” (38%), ancora più importante degli “strumenti diagnostici più innovativi” (27%).

Informatevi pure ma ricordatevi che si posson prendere delle solenni cantonate . . .

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