codice deontologico medico

capita di pubblicare qualche articolo a riguardo.
Il testo del codice deontologico medico a cui far riferimento è sul sito ufficiale del ministero della salute e sul sito ufficiale di FNOMCeO Federazione Nazionale Ordini Medici Chirurghi ed Odontoiatri.

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controversie sanitarie: l’Ordine dei Medici c’è

riporto, per dare il dovuto risalto, le considerazioni del collega Arnaldo Capozzi
Mi permetto di far presente e consigliare a tutti i Colleghi, soprattutto giovani, impegnati a difendersi per malpratica, di tenere a mente le possibilità del D.Lgs.C.P.S.13.09.1946 n.233, art.3, lett.g. ahimè dimenticato o scarsamente considerato ed il Codice Deontologico, soprattutto l’articolo 62.
Leggiamo, nel decreto del 1946, che, al Consiglio direttivo di ciascun Ordine e Collegio spetta l’attribuzione di: “…interporsi, se richiesto, nelle controversie fra sanitario e sanitario, o fra sanitario e persona o enti… procurando la conciliazione della vertenza
e, in caso di non riuscito accordo, dando il suo parere sulle controversie stesse.”
Ovvero, l’Ordine professionale stabilisce la data di incontro fra medico chiamato in causa e perito medico-legale su richiesta del primo, si interpone tra essi e delibera nel caso di mancato accordo tra le parti.
Per quanto riguarda l’art. 62 ricordo che: “l’accettazione di un incarico deve essere subordinata alla sussistenza di un’adeguata competenza medico-legale e scientifica in modo da soddisfare le esigenze giuridiche attinenti al caso in esame” per cui, ad esempio, difficilmente un ortopedico può relazionare contro un ginecologo…
Il legislatore ritenne di aver trovato nell’”interposizione” tra medici e quindi nella mediazione da parte dell’Ordine professionale e nel rispetto del Codice Deontologico (di cui l’Ordine è garante) le giuste modalità per ridurre il numero di cause che potessero giungere
in Tribunale.
Vorrei sottolineare che la presa di coscienza del medico chiamato in causa secondo cui ogni atto del perito debba essere sottoposto ad un’attenta visione del codice deontologico non può definirsi innovativa ma tardiva riappropriazione di un diritto.
Il decreto in oggetto (1946), nato dalla visione lungimirante di un legislatore accorto, protegge le perizie ben stilate e può essere utilizzato anche dai medici che hanno già vinto la loro causa.
Il medico uscirà dalla “medicina difensiva” non per motivi idealistici seppur onorevoli, bensì, perché, sapendo di poter essere ascoltato nella sua “casa” dove la controversia è di appartenenza potrà far valere le proprie ragioni fissate dal Codice Deontologico (rafforzando l’idea di una possibile istanza nei confronti del responsabile di una perizia medico-legale deontologicamente disdicevole così come per tutte le azioni disdicevoli nei confronti del corretto esercizio professionale).

Saluti

dare il controllo agli ippopotami

bella, la vignetta del new yorker!
E sembra proprio l’unica cosa da fare a leggere la notizia, orrenda, del comportamento inqualificabile di due colleghi (solo uno? Ne parlavo con il mio amico avvocato, proprio ieri: se io fossi il responsabile del turno e l’aiuto/specializzando prendesse iniziative non autorizzate ed io m’imponessi – in quanto responsabile momentaneo dell’attività diagnostico/terapeutica/chirurgica – ed il collega m’aggredisse fisicamente prendendomi per il collo cosa dovrei fare ? Lascio che effettui il parto con il taglio cesareo come pretenderebbe, non avendone diritto? Mi difendo e lo scazzotto ? Chi ha ragione ? Come s’inserisce, in una delicata situazione come questa, la considerazione ed il rispetto verso i pazienti – due, mamma e figlio che sta per nascere – e la difesa personale del professionista che viene fisicamente aggredito?) che sono venuti alle mani danneggiando addirittura la sala operatoria.
Cinque medici indagati dalla magistratura: i due ginecologi protagonisti della lite, Antonio De Vivo, ginecologo di fiducia della partoriente, e Vincenzo Benedetto, ginecologo di turno quella mattina, che hanno litigato sulle modalita’ più idonee per portare a termine il parto; il direttore dell’unita’ operativa e i due chirurghi (intervenuti in secondo tempo, a causa della lite, chiamati a fare il loro lavoro e che si troveranno a doversi difendere, probabilmente non avendo alcuna colpa, da accuse di malpratica) che hanno effettuato il cesareo.
A leggere il codice deontologico medico sono più gli articoli violati di quelli rispettati (per quanto si può evincere dagli articoli dei giornali), in questa pessima vicenda.

una telefonata (particolarmente) sgradita

sto lavorando – sono sempre da solo, non ho aiuti in sala: far accomodare il paziente, farlo sistemare, dare indicazioni, raccogliere la storia (spesso lacunosa, spessissimo la documentazione del passato è incompleta/assente), effettuare l’esame, refertare e comunicare al paziente eventuali problemi – da solo e non amo esser interrotto: ho notato, e l’aver letto vari articoli sui danni alla concentrazione provocati dalle interruzioni, che mi ci vuol tempo per riallacciare il filo del discorso e riconcentrarmi su quello che sto facendo per cui la telefonata che interrompe il mio lavoro mi genera, di base, un pò di fastidio.
Mi cercano al telefono: mentre sto visitando (la disturbo dottore? sta forse lavorando? sta forse visitando un altro paziente? Quasi mai chi chiama mi pone questa domanda . . . ) una signora X mi comunica che accompagnerà a visita la mamma a cui io non devo comunicare la verità.
Una persona, che non conosco, mi comunica che accompagnerà una persona altrettanto sconosciuta e mi chiede di omettere la comunicazione della diagnosi.
Le faccio presente che mi si chiede di tenere un comportamento deviante da quanto prescrive il codice deontologico (ART 30) dei medici che prevede la omissione di comunicazione di diagnosi ma solo ed esclusivamente quando il soggetto interessato manifesta espressamente la sua volontà in tal senso: non voglio saper nulla, però dite tutto a X.
La telefonata della signora X che mi avverte di non dir nulla al paziente che verrà a visita vale ugualmente ?

A mio giudizio sarebbe stato il caso di parlarne di persona, non posso accettare che qualcuno mi strizzi l’occhio facendomi capire di non comunicare al diretto interessato, perchè non deve sapere, o mi preavvisi che chi verrà a visita non deve esser informato.
Al mio sottolineare che – non conoscendo nè la paziente nè la figlia che l’avrebbe accompagnata e mi chiedeva, in anticipo, di non comunicare nulla – magari se ne poteva parlare di persona e valutare al momento, la risposta è stata netta: non veniamo !
Il paziente successivo s’era dimenticato dell’appuntamento, o meglio pensava fosse il giorno dopo: due posti vuoti, due esami prenotati e non effettuati che qualcun altro avrebbe potuto effettuare al posto degli assenti . . . .

la cartella clinica è del paziente

lo dice il codice deontologico dei medici, all’Art. 21 – Documentazione clinica
Il medico deve, nell’interesse esclusivo della persona assistita, mettere la documentazione clinica in suo possesso a disposizione della stessa, o dei suoi legali rappresentanti, o di medici e istituzioni da essa indicati per iscritto.

Mando via una paziente a cui purtroppo non posso comunicare se il suo mioma è cresciuto o meno; è seguita da un ginecologo che non ha mai rilasciato documentazione delle visite ed ecografie effettuate.
Capita di frequente di sentir dire che il medico visita, trattiene la documentazione, non rilascia certificazione ed il paziente va a giro senza poter esibire documentazione di ciò che gli è stato fatto.

Mi pare che il codice deontologico, corpus di regole di autodisciplina prederminate e vincolanti per gli iscritti all’ordine, imponga di fare però diversamente . . .

Di segreto professionale ho già parlato qui

non mi chiedete niente

un amico si rivolge a me per questioni professionali, amici dell’amico si rivolgono a me per saperne di più: non chiedetemi mai niente, niente vi dirò  !

Art. 9 del codice deontologico dei Medici Chirurghi
Segreto professionale
Il medico deve mantenere il segreto su tutto ciò che gli è confidato o che può conoscere in ragione della sua professione; deve, altresì, conservare il massimo riserbo sulle prestazioni professionali effettuate o programmate, nel rispetto dei principi che garantiscano la tutela della riservatezza. La rivelazione assume particolare gravità quando ne derivi profitto, proprio o altrui, o nocumento della persona o di altri.
Costituiscono giusta causa di rivelazione, oltre alle inderogabili ottemperanze a specifiche norme legislative (referti, denunce, notifiche e certificazioni obbligatorie):
a) – la richiesta o l’autorizzazione da parte della persona assistita o del suo legale rappresentante, previa specifica informazione sulle conseguenze o sull’opportunità o meno della rivelazione stessa;
b) – l’urgenza di salvaguardare la vita o la salute dell’interessato o di terzi, nel caso in cui l’interessato stesso non sia in grado di prestare il proprio consenso per impossibilità fisica, per incapacità di agire o per incapacità di intendere e di volere;
c)- l’urgenza di salvaguardare la vita o la salute di terzi, anche nel caso di diniego dell’interessato, ma previa autorizzazione del Garante per la protezione dei dati personali.

La morte del paziente non esime il medico dall’obbligo del segreto. Il medico non deve rendere al Giudice testimonianza su ciò che gli è stato confidato o è pervenuto a sua conoscenza nell’esercizio della professione.
La cancellazione dall’albo non esime moralmente il medico dagli obblighi del presente articolo.

assenza per visita medica

Mi è capitato, abbastanza frequentemente, che l’accompagnatore di un paziente venuto a visita, del tutto autosufficiente, m’abbia chiesto il certificato di presenza ed accompagnamento del paziente, cosa che mi sono sempre (ritenendola intuitivamente sbagliata) di fare. Ho chiesto all’esperto un parere, che trovate a seguire.

L’accompagnatore sano di paziente autosufficiente che si reca a visita presso una struttura sanitaria non ha diritto ad un certificato di malattia, configurandosi il reato di falso ideologico.
Se il paziente autosufficiente è un minore può essere rilasciato un certificato che attesti l’avvenuto accompagnamento, se richiesto all’accompagnatore lavoratore dipendente dal suo datore di lavoro al fine di giustificare l’assenza per motivi familiari di assistenza al minore.
Ma non è un atto dovuto per il medico.
I permessi per ragioni diverse dalla malattia non hanno una regolamentazione generale unica e dipendono dai diversi contratti di lavoro.
Il medico ospedaliero deve invece su richiesta dell’assistito rilasciare una certificazione da cui risulti che è stato visitato nella struttura pubblica, ai sensi dell’art. 52 comma 3 dell’ACN 23 marzo 2005 per la medicina generale e ai sensi dell’art. 24 del codice deontologico medico 2006 (file pdf).

Altro che certificati medici falsi . . . 🙂

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