il giorno in cui l’Europa è morta a Sarajevo

 l’unica pace in Bosnia è quella dei cimiteri o quella delle 11454 sedie rosse vuote a ricordare i morti del recente conflitto della ex-Jugoslavia.

Leggete l’articolo su presseurop, procuratevi il libro, inquietante, di Wojchiech Tochman in cui alcuni superstiti della guerra (vittime? colpevoli?) pensano, apertamente, che l’unica soluzione della drammatica situazione attuale sia la guerra!
Siamo tutti colpevoli, ancora oggi ?

la guerra

La guerra non nobilita l’uomo;
lo fa diventare un cane rabbioso.
Avvelena l’anima

Iraq: la conta dei cadaveri

tre fonti indipendenti su un fatto dei giorni nostri, degli ultimi anni: una discreta convergenza di cifre (notate che l’articolo pubblicato da The Lancet, prestigiosa rivista scientifica di medicina, è stato pubblicato nel 2004; wikileaks pubblica, ad ottobre 2010, dati forse più morbidi rispetto a quanto ipotizzato dagli epidemiologi di guerra 6 anni prima) . . .

WIKILEAKS
torture e crimini commessi in Iraq dagli stessi iracheni e dagli americani nel periodo che va dal gennaio 2004 alla fine del 2009.
Il bilancio delle vittime del conflitto (secondo Wikileaks): almeno 109 mila morti (il 63% dei quali civili) dal momento dell’invasione all’anno scorso

THE LANCET
Dr Les Roberts
Mortality before and after the 2003 invasion of Iraq: cluster sample survey
The Lancet, Volume 364, Issue 9448, Pages 1857 – 1864, 20 November 2004
Making conservative assumptions, we think that about 100000 excess deaths, or more have happened since the 2003 invasion of Iraq.

Iraq Body Count web counter

Iraq Body Count web counter

IRAQBODYCOUNT
The worldwide update on civilians killed in the Iraq war and occupation
http://www.iraqbodycount.org/

direi che ha pienamente, totalmente, ovviamente ragione Vittorio Zucconi quando afferma che Le guerre sporche sporcano sempre anche coloro che credono di combatterle secondo regole da cavalieri dei Sacro Romano Impero e quello che oggi Wikileaks rivela è addirittura banale.

il lutto nazionale e la differenza tra un afgano e Michael Jackson (o un parà italiano)

Mi son trovato a sfogliare un vecchio (17 – 23 luglio 2009) numero di Internazionale e mi è capitato di rileggere un articolo, con il cui contenuto non posso che esser totalmente d’accordo.  Nonostante il dispiacere per i soldati italiani morti nel recente attentato in Afghanistan non posso non pensare che c’è qualcosa (tutto?) che non va nella missione di pace in Afghanistan ed un evidente doppio binario per quanto riguarda i morti.
Leggete, riflettete e magari andate a cercarvi anche questo libro in cui si parla di fuga dall’Iraq ovvero del disertore Joshua Key . . .

L’articolo è di Tom Engelhardt, storico e giornalista statunitense, fondatore del sito Tomdispatch.

La vita di un afgano non vale niente

Come una bomba. Sto parlando del matrimonio di mia figlia. Non capita spesso di vedere i figli così felici. Ho 64 anni, non amo le feste, ma ho ballato fino allo sfinimento. E mentre accompagnavo mia figlia all’altare non posso dire di aver pensato a quelle nozze afgane dove la bomba non è metaforica, dove la sposa, lo sposo e gli invitati muoiono mentre festeggiano. Nei giorni seguenti, però, ci ho pensato. O meglio, ho pensato che il mondo non s’interessa alle vittime civili di una guerra lontana. Il merito è di un articolo del giornalista Anand Gopal sul villaggio afgano di Garloch, nella provincia orientale di Laghman, dove all’alba di un giorno d’agosto del 2008 gli elicotteri statunitensi hanno compiuto un raid di sei ore. “Hanno sganciato una bomba sulla casa di Haiji Qadir, un signore che ospitava una festa di nozze, uccidendo sedici persone”. L’articolo ha attirato la mia attenzione perché, per quanto ne so, sono l’unico negli Stati Uniti a tenere il conto delle feste di nozze rovinate dalle azioni militari americane. Con l’articolo di Gopal il numero è salito a cinque. Ma solo tre episodi sono stati riferiti dalla stampa. Nella guerra in Afghanistan, che dura da quasi otto anni, il bilancio delle vittime dei matrimoni forse è modesto rispetto al totale. Ma in realtà nessuno sa quante nozze – rari momenti di festa in un paese che da trent’anni ha poco da festeggiare – siano state distrutte dai raid americani. Dopo che l’amministrazione Obama ha raddoppiato l’impegno in Afghanistan, tra gli esperti è cominciata a circolare l’ipotesi che il paese sia “la tomba degli imperi”. A Washington nessuno ha ammesso che gli Stati Uniti sono un impero, ma solo che forse stiamo subendo il destino di imperi passati. L’Unione Sovietica è stata sconfitta in Afghanistan dagli stessi jihadisti che ora combattono gli Stati Uniti. Si è ritirata dal paese nel 1989 ed è crollata nel 1991. Pare che anche i russi avessero l’abitudine di bombardare i matrimoni. Nella recensione a un libro sulla guerra sovietico-afgana, Christian Caryl ha scritto: “Un soldato sovietico ricorda un episodio del 1987, quando la sua unità aprì il fuoco su quella che pensava fosse una carovana di mujahidin. Poi i russi scoprirono di aver massacrato gli invitati a una festa di nozze che andavano da un villaggio all’altro. Quell’errore provocò una serie di rappresaglie contro i soldati dell’Armata Rossa. Un fatto senza dubbio noto ai pianificatori degli Stati Uniti e della Nato che cercano di contenere gli effetti dei danni collaterali”.
Lettera di condoglianze. Non fatemi parlare poi di quei tristi riti importanti quanto i matrimoni: i funerali. Quelli non li ho contati, ma non significa che Washington e i suoi alleati non abbiano bombardato anche i funerali in Afghanistan. In questi giorni gli Stati Uniti e i mezzi d’informazione si sono scatenati sulla morte di Michael Jackson. Il presidente Obama ha inviato una lettera di condoglianze alla famiglia e quasi due milioni di persone si sono registrate per ottenere uno dei 17.500 biglietti gratuiti per i funerali. Tutti sanno che Michael Jackson è morto, ma nessuno sa che noi americani abbiamo bombardato una festa di nozze dopo l’altra in Afghanistan. Uno di questi lutti – la morte di Jackson – ha poco a che fare con noi, gli altri sono una nostra responsabilità. Eppure uno occupa tutte le prime pagine dei giornali, gli altri passano inosservati. Penserete che da qualche parte c’è spazio per notizie minori: quelle spose, quegli sposi, quei parenti e quegli invitati meritano almeno un angolino di una prima pagina. Penserete che un presidente o un alto funzionario di Washington avrà mandato un biglietto di condoglianze a qualcuno. Ma la verità è che quando si tratta di vite afganenon importa se vengono bombardate cinque o cinquanta feste di nozze. Ora abbiamo inaugurato una nuova fase in Afghanistan. Dopo più di sette anni, gli Stati Uniti sono pronti a voltare pagina. I soldati americani si stanno spostando in massa a sud e i loro comandanti leggono un altro copione. Si parla di “proteggere i civili”, invece che uccidere i taliban. Si parla di modellare, ripulire, mantenere, costruire, non solo di atterrare, irrompere e ripartire. Il generale di brigata Larry Nicholson ha detto: “Dobbiamo capire che il motivo per cui siamo qui non è necessariamente il nemico. Siamo qui per le persone. Circonderemo una casa e aspetteremo, perché se la abbattiamo e dentro c’è una donna, un bambino o una famiglia, potremmo anche aver ucciso venti taliban, ma uccidendo quella donna o quel bambino avremo perso l’appoggio della comunità. Per loro saremo morti”. Ma, come spesso succede, il passato ci insegna che per gli americani una vita afgana non vale niente. A proposito di Vietnam, il generale William Westmoreland, intervistato dal regista Peter Davis per il documentario Hearts and minds, disse: “L’orientale non dà alla vita lo stesso valore che dà un occidentale. La vita vale poco in oriente”. All’epoca molti statunitensi, Davis compreso, pensavano che una vita vietnamita valesse quanto una americana. Ma negli anni della guerra in Afghanistan, gli americani hanno fatto delle parole di Westmoreland uno stile di vita e di guerra. Così la maggior parte degli americani ha potuto fingere che la guerra in Afghanistan non abbia niente a che fare con loro, mentre la morte di Michael Jackson sì. Quello che non sappiamo (o che non ci interessa sapere) ci danneggerà? Non so dire se sia peggio rispondere sì o no. Ma ho un consiglio per gli afgani: se la guerra, come previsto, andrà avanti ancora per anni, gli aerei continueranno a bombardare, a prescindere dalle promesse sulla protezione dei civili. Se fossi in voi, festeggerei le nozze e seppellirei i morti in silenzio. Perché quando voi vi riunite arrivano gli americani.

Tom Engelhardt, co-founder of the American Empire Project, runs the Nation Institute’s TomDispatch.com. He is the author of The End of Victory Culture, a history of the Cold War and beyond, as well as of a novel, The Last Days of Publishing. He also edited The World According to TomDispatch: America in the New Age of Empire (Verso, 2008), an alternative history of the mad Bush years.
[Note: I documented as fully as I could the previous Afghan wedding slaughters in “The Wedding Crashers: A Short Till-Death-Do-Us-Part History of Bush’s Wars” (July 2008). And here’s a selection of TomDispatch pieces on related subjects, if you’re interested in reading more: “Slaughter, Lies, and Video in Afghanistan” (September 2008), “What Price Slaughter?” (May 2007), “The Billion-Dollar Gravestone” (May 2006), “Catch 2,200: 9 Propositions on the U.S. Air War for Terror” (May 2006), and former U.S. diplomat John Brown’s “Our Indian Wars Are Not Over Yet” (January 2006). You might also visit filmmaker Robert Greenwald’s website Rethink Afghanistan.]
Copyright 2009 Tom Engelhardt

Emergency a Firenze, 8-13 settembre 2009


Incontro nazionale dei volontari di Emergency - Firenze 2009

EMERGENCY è un’organizzazione italiana che offre cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime della guerra, delle mine antiuomo e della povertà.
EMERGENCY promuove una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani.
Per visionare il programma dell’incontro nazionale dei volontari di Emergency, che si terrà a Firenze, Piazza Adua 1, dall’8 al 13 settembre 2009 clicca su http://firenze.emergency.it

zyklon B (acido cianidrico o acido prussico)

continuate a seguirmi su www.berardino.info ove aggiorno il blog con frequenza (quasi) giornaliera 😉

Kurt Gerstein nasce a Muenster l’11 agosto 1905 da una famiglia di solida tradizione nazionalista e riceve una severa educazione improntata all’obbedienza, alla nazione e ad un forte moralismo ideologico. Tutto questo, insieme ad una serie di problematiche personali che cominciano ad angosciarlo, lo spingono a dedicarsi con tutto se stesso all’attività dei movimenti della gioventù evangelica, divenendone una delle principali figure e subendo, di conseguenza, l’inevitabile scontro con la Gestapo che, su ordine dei nazionalsocialisti al potere, riesce, anche con metodi poco ortodossi, a sottomettere la comunque debole rappresentanza protestante tedesca. Appena laureato in ingegneria mineraria si arruola volontario nelle Waffen SS, “per testimoniare direttamente delle atrocità commesse dalla famigerata polizia di partito, poi corpo militarizzato, che controlla i settori amministrativi dello Stato, i servizi di polizia e alcune imprese economiche tedesche, nonché guardia personale di Hitler”. Nel settembre del 1936 viene incarcerato con l’accusa di aver diffuso “opuscoli proibiti e ostili allo Stato”. Questo gli costa la perdita dell’impiego presso le miniere statali e l’espulsione dal partito nazionalsocialista (NSDAP). Arrestato nuovamente nel luglio del 1938 perché il suo comportamento “nuoce agli interessi del popolo e dello Stato”, trascorre sei settimane e mezzo nel campo di concentramento di Welzheim, restando segnato per sempre da questa esperienza. Liberato per mancanza di prove e per intercessione del padre, Ludwig Gerstein, il Tribunale del partito tramuta la sua “espulsione” in “dimissioni” e gli dà la possibilità di un lavoro presso una miniera di Tubinga. Da questo momento Gerstein comincia a maturare la decisione di arruolarsi volontario nelle SS, ma solo nel marzo del 1941, con la scusa di divenire testimone oculare delle atrocità commesse in quegli anni dal regime nazista e per scoprire la verità sulla morte della cognata, si arruola e riceve la tessera n. 417460. Diviene testimone, grazie alle sue conoscenze tecniche in materia, di incarichi riservatissimi riguardanti l’uso del gas Zyklon B, come addetto alla disinfestazione, ne studia gli effetti ed assiste alla programmata e sistematica eliminazione degli ebrei nei campi di sterminio di Belzec e Treblinka.

zyklon b

zyklon b

Così Gerstein descrive una giornata a Belzec: «L’Unterscharführer Hackenholt faceva grandi sforzi per far funzionare il motore senza riuscirci. Arrivò il Capitano Wirth. Potevo vedere che era spaventato perché ero presente al disastro. Sì, io vedevo tutto e aspettavo. Il mio cronometro indicava 50 minuti, 70 minuti ed il motore diesel non partiva. La gente aspettava nella camera a gas. Inutilmente. Si poteva sentirli lamentarsi “come in una sinagoga” disse il Professor Pfannenstiel con i suoi occhi fissi ad una finestra nella porta di legno. Furioso il Capitano Wirth colpì al volto l’ucraino che aiutava Hackenholt per dodici, tredici volte. Dopo 2 ore e 49  minuti – il cronometro registrò tutto – il motore partì. Fino a quel momento le persone chiuse in quelle quattro stanze affollate erano ancora vive, quattro volte 750 persone in quattro volte 45 metri cubi. Passarono altri 25 minuti. Molti erano già morti, li si poteva vedere attraverso la finestra perché una lampadina si accese per alcuni istanti. Dopo 28 minuti in pochi erano ancora vivi. Finalmente dopo 32 minuti erano tutti morti… I Dentisti estrassero i denti, i ponti e le corone d’oro. In piedi, in mezzo a loro, stava il Capitano Wirth. Era nel suo elemento e, mostrandomi un barattolo pieno di denti disse:”Guardi il peso di quest’oro! È solo quello di ieri e del giorno precedente. Non può immaginare cosa troviamo ogni giorno, dollari, diamanti, oro… Se ne renderà conto da solo”.»

Resosi conto delle atrocità che vengono commesse “sabota” il sistema facendo sparire alcune partite di gas e ne sotterra delle altre con la scusa del deterioramento accidentale della sostanza. Cerca, infine, di informare gli Alleati di quanto avviene attraverso l’ambasciatore svedese in Polonia e il nunzio apostolico Cesare Orsenigo. Logorato fisicamente e psicologicamente, terrorizzato dall’idea di venire scoperto, medita più volte il suicidio e il 22 aprile 1945 si consegna alle truppe francesi convinto di rendere un servizio alla sua nazione e testimoniando sull atrocità di cui il suo popolo si era macchiato. Ma quando, dopo alcune settimane di semilibertà, viene rinchiuso in un carcere francese con l’accusa di essere un criminale di guerra, si rende conto che tutto è perduto. Si impicca in cella il 25 luglio del 1945 tre mesi dopo il suo arresto.

Da leggere “L’ ambiguità del bene. Il caso del nazista pentito Kurt Gerstein” di Saul Friedländer

Da vedere: il potente film “Amen” di Costa Gavras (2002) ispirato al testo teatrale “IL VICARIO” di Rolf Hochhuth

La Chiesa (cattolica) ufficiale, che pure ha molto riflettuto sulle colpe e sulle responsabilità dei cristiani a riguardo delle persecuzioni naziste, non ritiene di dover chiedere scusa per il silenzio di Pio XII. Lo ha detto il Nunzio Apostolico in Israele, in una dichiarazione alla televisione di Stato. Quel silenzio era necessario
(Avvenire, 27 febbraio 2000) – da http://www.gesuiti.it/moscati/Ital4/Pio12.html

Perchè questo articolo ? Perchè tanti medici facevano i medici in quel contesto storico (la Germania nazista) inquadrati nell’industria dello sterminio razziale; nello specifico selezionando chi poteva esser utile (lavoro nei campi forzati fino all’esaurimento fisico e poi camera a gas + crematorio) e chi invece andava eliminato immediatamente o – come l’igienista Kurt Gestner – a livelli più alti pianificando a livello teorico la massimizzazione dell’efficienza dello sterminio abbattendo il più possibile i costi da sostenere . . . .

Acido cianidrico Liquido incolore (formula chimica HCN), noto anche come acido prussico; è molto volatile ed emana un caratteristico odore di mandorla amara. L’acido e i suoi sali, detti cianuri, sono veleni estremamente potenti, sia per la gravità sia per la rapidità delle manifestazioni tossiche: pochi milligrammi di queste sostanze possono provocare la morte impedendo l’uso dell’ossigeno da parte delle cellule. L’acido fonde a -14 °C e bolle a 25,7 °C; si miscela con acqua, alcol ed etere in tutti i rapporti. È un composto facilmente infiammabile e può formare con l’aria miscele esplosive. In passato veniva prodotto a partire dal blu di Prussia (da qui il nome di acido prussico); ora si ottiene per ossidazione di una miscela di metano e ammoniaca in presenza di un catalizzatore a base di platino.

DIME (Dense Inert Metal Explosive)

Ho appena finito di leggere una breve storia a fumetti di Chappatte, pubblicata sull’ultimo numero di Internazionale: un drammatico reportage del suo recente viaggio nella striscia di Gaza al seguito di una rappresentanza parlamentare svizzera che mi fa scoprire l’esistenza di una nuova arma che secondo Defence Tech e wikipedia viene chiamata DIME che significa Dense Inert Metal Explosive.
Si tratta di un involucro di carbonio che al momento dell’esplosione si frantuma in piccole schegge e nello stesso momento fa esplodere una carica che spara una lama di polvere di tungsteno caricata di energia che brucia e distrugge con un’angolatura molto precisa quello che incontra nell’arco di quattro metri provocando ferite invisibili che hanno messo a dura prova i chirurghi impegnati a soccorrere la popolazione civile colpita dal raid Israeliano nella striscia di Gaza.
Senza parlare dell’uso degli ordigni al fosforo bianco . . .

E mi chiedo: da un lato io sono chiamato a pronunciarmi riguardo al problema di tizio che ha avuto un dolorino (durato pochi secondi, scomparso spontaneamente – accade, frequentemente, che l’esame che effettuo sia motivato da qualcosa del genere) e dall’altro leggo di devastazione e mutilazione ed assassinio volontariamente perpetrato con mezzi sempre più sofisticati: detto così, senza voler trarre alcuna conclusione su chi ha torto e chi ha ragione; mi appare evidente, però, che c’è chi nasce molto fortunato e chi molto meno . . . .

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