viagra anti-melanoma

Secondo un team di scienziati tedeschi, la pillola blu (viagra: principio attivo sildenafil) contro l’impotenza maschile potrebbe essere usata per la cura del melanoma: hanno scoperto infatti che il principio attivo del farmaco è in grado (nei topi) di inibire l’immunosoppressione determinata dalle cellule neoplastiche.
I topi malati di melanoma trattati con sildenafil hanno mostrato un incremento delle cellule T, le ”cellule gendarmi” del sistema immunitario che devono difendere l’organismo dall’infiammazione cronica e dal tumore, un tasso di sopravvivenza più lungo e un riequilibrio delle difese immunitarie mandate in tilt dal cancro.
Lo studio è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Science.

Christiane Meyera et al
Chronic inflammation promotes myeloid-derived suppressor cell activation blocking antitumor immunity in transgenic mouse melanoma model
pnas/doi:10.1073/pnas.1108121108

abbronzatura: ora si può !

Di articoli ne ho già pubblicati; ora Oliver Gillie, dell’Health Research Forum (NdS che è tutto fuorchè un ente governativo, o un’università, o un centro di ricerca pubblico/privato: due medici si associano, creano il forum, scrivono di medicina), sdogana l’esposizione al sole (NdS ovviamente non parliamo di abbronzatura selvaggia!) chè i vantaggi della corretta produzione di vitamina D – stimolata dall’esposizione ai raggi solari – supererebbero i danni provocati dal sole (negli Stati Uniti si potrebbero evitare ogni anno 50mila morti per tumore, se tutti avessero abbastanza vitamina D; i decessi per tumori cutanei imputabili al sole sono invece non più di 10mila).
L’articolo integrale lo trovate su corriere.it

A seguire l’opinione della mia amica e collega dermatologa, titolare di uno degli ambulatori per la prevenzione del melanoma
Sì, lo so è un dibattito che ormai c’è da tempo. Si incolpano le campagne di prevenzione per il  melanoma della carenza di vitamina D che pare molto diffusa. Ma ti pare che in un paese mediterraneo e assolato come l’Italia sia verosimile che ci sia una carenza di vitamina D imputabile a questo? Io ho molti dubbi…
Poi è ovvio, il sole non va demonizzato ma semplicemente preso con un minimo di buon senso….

Ricordate che è anche possibile fare l’auto-prevenzione on-line (il che, a scanso di equivoci, non rende inutile una buona visita fatta da un professionista che, di mestiere, fa solo e soltanto quello).

Melanoma: piu’ del sole, il pericolo viene dal numero

che non è un via libera a restare sotto il sole senza limiti, per abbronzarsi stile Obama (mi si consenta di citare alte autorità governative) . . . .
Scoperto  un collegamento diretto tra nei della pelle e rischio di melanoma:  ricercatori  del Department of Twin Research del King’s College  di  Londra  hanno  scoperto  che  due  geni, associati al numero  dei  nei,  possono  raddoppiare  il rischio di cancri alla pelle. 
“Gia’  sapevamo  che  avere  un  gran numero di nei poteva essere  un  fattore  di  rischio  per  il  melanoma”  ha  detto il professor  Tim  Spector,  a  capo  della  ricerca pubblicata sulla rivista  Nature  Genetics.  Questo studio ridimensiona gli allarmi sulla pericolosita’ del sole rispetto all’insorgere del melanona.

prevenzione del melanoma

La vocazione del sito myskincheck.it è quella di sensibilizzare alla prevenzione del melanoma, di aiutare ad individuare e tenere sotto controllo i nei del proprio corpo ed incentivare il  consulto dermatologico per una diagnosi.
Myskincheck.it, un sito accessibile a tutti, ha la missione di aiutarti ad effettuare un controllo regolare della tua pelle tra una visita e l’altra del tuo dermatologo.
Se diagnosticati in tempo, il 90% dei tumori cutanei potrebbe essere guarito. Il loro numero, tuttavia, è in costante aumento. La diagnosi precoce del melanoma è quindi essenziale.
Questo sito può costituire un aiuto prezioso anche per il medico nella sorveglianza dei suoi pazienti e ti permette di conoscere meglio la tua pelle e di prendertene cura in modo più consapevole.
Hai la possibilità di valutare il tuo livello di rischio in merito al melanoma, di imparare a sorvegliare la tua pelle grazie alla rubrica Effettua ora il tuo controllo.
Questi strumenti interattivi non sostituiscono comunque in alcun modo la necessità di consultare il vostro medico.
Infine myskincheck.it, sempre con l’obiettivo di contribuire a far diminuire la frequenza dei melanomi, ti ricorda tutte le buone abitudini da adottare al sole. Insieme mobilizziamoci per far diminuire i melanomi.”.

Tumori legati allo status socio-economico

Un legame tra rischio oncologico e status socioeconomico si sarebbe evidenziato in particolare per alcune forme cancerose, come quelle della mammella, del polmone, della cervice o come il melanoma. Proprio le variazioni di incidenza di questi tumori per gruppi socioeconomici sono oggetto di un’indagine condotta in Gran Bretagna.
Cancro del polmone e della cervice uterina nei più disagiati
Da otto registri nazionali sui tumori sono stati ricavati i dati sui tumori del seno, del polmone, della cervice uterina e di melanoma maligno diagnosticati dal 1998 al 2003; lo status socioeconomico è stato classificato per ciascun malato in base all’Indice di deprivazione multipla 2004,  una misura dello svantaggio sociale. Le incidenze più elevate in Inghilterra si sono riscontrate nei gruppi più disagiati sia per il tumore del polmone che per quello cervicale, mentre è apparso il contrario per il melanoma e per il carcinoma mammario (massima incidenza tra i meno disagiati). La disuguaglianza maggiore tra i due estremi socioeconomici riguardava il cancro del polmone, negli uomini e nelle donne, soprattutto per i pazienti con meno di 65 anni alla diagnosi; similmente per quello cervicale l’incidenza più alta era tra i più svantaggiati, con variazioni consistenti al cambiare dello status. Per il tumore mammario l’incidenza era maggiore nei meno disagiati, ma con differenze modeste tra i gruppi socioeconomici; per il melanoma, infine, c’erano ampie variazioni in relazione allo status e trend simili per uomini e donne. Sono apparse poi differenze regionali nel gradiente socioeconomico con un gap che diventava più ampio per esempio per cancro polmonare e cervicale nel Nord del paese e per il melanoma nell’Est e nel Sud-Ovest. Per inciso Londra ha mostrato l’incidenza pi� bassa per tutti i gruppi di deprivazione, negli uomini e nelle donne. Indicativo soprattutto un dato: portando idealmente le incidenze dei quattro tumori a quelle più favorevoli in relazione allo status socioeconomico si sarebbero potuti prevenire il 36% dei cancri del polmone maschili e il 38% dei femminili, il 28% di quelli della cervice, il 7% di quelli mammari, il 27% dei melanomi maschili e il 29% dei femminili.
Le differenze socioeconomiche legate al rischio di tumore dovrebbero essere quindi d’interesse sia nel campo dell’educazione alla prevenzione sia in quello della pianificazione sanitaria, per lo sviluppo di programmi che puntino a ridurre le disuguaglianze in termini di salute.
Diminuire le disuguaglianze richiede un’integrazione delle informazioni sui fattori di rischio, sulle incidenze e relative proiezioni: per esempio bisogna tener conto che le donne meno disagiate tendono ad avere meno figli e più tardi o a essere sovrappeso nel periodo post-menopausale, fattori associati ad aumentato rischio di carcinoma mammario; lo screening per il tumore della cervice è meno frequente tra le donne meno istruite; il fumo si lega allo status socioeconomico (è più precoce e frequente tra i lavoratori manuali) ed è anche la causa principale di cancro del polmone; il melanoma aumenta tra chi ha più opportunità di esposizione ricreazionale al sole.
Interventi mirati di salute pubblica possono contribuire a ridurre disuguaglianze locali di incidenza dei tumori

due ore di sole al giorno: meno rischi per neoplasie alla prostata, al seno e al colon-retto

Abbronzarsi (leggi il posto sulle lampade abbronzanti) non è sempre deleterio per la salute: secondo uno studio appena pubblicato sul Clinical Journal of the American Society of Nephrology, condotto dal Dipartimento di Medicina ed Endocrinologia dell’Università di Boston, diffuso dall’Adoi, l’associazione Dermatologi Ospedalieri Italiani, l’esposizione costante al sole per due ore diminuisce fino al 50% il rischio di sviluppare tumore alla prostata, al seno e al colon-retto. Il merito, spiegano gli esperti, e’ della produzione di vitamina D, legata ai raggi solari, la cui assenza è motivo di malattie infettive, autoimmuni, cardiovascolari e di tumori. “La vitamina D agisce beneficamente su tessuti differenti e in particolare sulla prostata e sul seno -spiega Patrizio Mulas, presidente dell’Associazione Dermatologi Ospedalieri Italiani (ADOI) – Non mancano studi che rimarcano l’azione proapoptotica, antimetastatica e antiangiogenetica, antinfiammatoria e immunomodulante di questa vitamina. Sono sufficienti due ore al giorno di esposizione nelle ore meno calde, per produrre la concentrazione di vitamina D utile all’organismo. Numerose ricerche confermano la sua azione anticancro, e la relativa mancanza determina un aumento del rischio di sviluppare il tumore al colon-retto fino al 253%”. Il deficit di vitamina D è un problema molto diffuso nel mondo: i fattori che ne influenzano la produzione cutanea sono il tipo di pigmentazione della pelle, le creme protettive, l’orario di esposizione, l’età , la latitudine e la stagione dell’anno. “L’estate è sicuramente il momento migliore per prendere il sole e aiutare il nostro organismo – conclude Mulas – A volte però i cambiamenti negli stili di vita e la stessa paura eccessiva di sviluppare un tumore della pelle rischiano di provocare più danni che benefici. Il consiglio quindi è di esporsi al sole con moderazione, usando filtri protettivi adeguati al proprio fototipo, cioè al tipo di carnagione, evitando le ore più calde del giorno e, se proprio si vuole restare in spiaggia, ricordando di coprirsi con una maglietta e con un cappellino”.

Abbronzatura ad ogni costo


visto che l’estate s’avvicina (!) riprendo il tema delle lampade abbronzanti
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Abbronzature caraibiche e incarnati bronzei perenni fuori stagione sono sempre più frequenti; la tradizionale tintarella estiva, che finisce con la fine di settembre, sta lasciando il posto a quella artificiale ottenuta con lampade UV. Le aziende che producono i macchinari sono in crescita come pure i centri solarium onnipresenti in ogni angolo delle città: ogni giorno, due milioni di americani fanno uso di lampade abbronzanti, lettini, docce solari, un’utenza che, negli ultimi 10 anni è quasi raddoppiata fino a 30 milioni. Il tutto in barba o quasi, agli avvertimenti di dermatologi ed esperti, sui potenziali rischi di questa pratica e le conseguenze dannose che ne possono derivare documentate da dati scientifici, che testimoniano l’aumento del rischio di melanoma associato all’esposizione all’UV artificiale e non.
Occasioni speciali
Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che dietro questo comportamento potesse esserci dell’altro, qualcosa che rende difficile smettere, un po’ come per il fumo. Anche con l’obiettivo di fornire strumenti in più agli stessi medici per diventare più convincenti nel proporre la prevenzione. L’analisi dei comportamenti è stata condotta su un campione di circa 170 donne che ricorrevano all’abbronzatura artificiale e, in base alla frequenza e alla motivazione, valutate con questionari a punteggi, sono stati delineati tre tipi di schema di comportamento. Un primo profilo, che ricorreva nel 53,6% delle donne circa sui 20 anni, associava l’abbronzatura a un evento speciale, come se il colorito fosse un accessorio di moda da sfoggiare per un’occasione. Un uso, quindi, moderato o basso con media annuale di 12 lampade. Agiscono in modo molto più casuale, spontaneo a volte umorale nel 6% dei casi e sono anche le più grandi come età, 23 anni circa in media. Non sembrano nemmeno troppo convinte dell’utilità dell’abbronzatura ma il fatto che persistano, anche se con una frequenza molto bassa, potrebbe essere parzialmente dovuta all’umore del momento, tanto che i ricercatori hanno pensato che potessero essere soggette a problemi affettivi a cadenza stagionale. Il 30% delle donne mostrava un comportamento misto, cioè una certa determinazione e intenzione a non voler smettere di sottoporsi ad abbronzatura artificiale ma con una frequenza, per quanto alta, una media superiore a 25 volte all’anno, comunque più bassa delle donne che lo facevano con regolarità. In questo gruppo era difficile ipotizzare di convincerle a rinunciare all’abbronzatura a cui probabilmente attribuivano importanza per la propria immagine in ambito sociale.
Le irriducibili della lampada
Le irriducibili dell’abbronzatura a ogni costo avevano l’età media più bassa, 18 anni circa, rappresentavano il 12% del campione e si sottoponevano con regolarità, più di 70 all’anno a lettini, lampade e docce solari. Hanno iniziato da diversi anni e non hanno intenzione di smettere e, per altro, considerano l’abbronzatura artificiale e non, un fattore positivo, tutt’altro che da evitare ma con un atteggiamento quasi ossessivo. Gli esperti suppongono che dietro questi atteggiamenti ci sia una forte componente umorale a giustificare livelli così alti di frequenza e l’espressione di poca soddisfazione del colore ottenuto. Per questi soggetti, gli esperti suggeriscono un approccio che valuti sintomi depressivi o disturbi stagionali della sfera affettiva ed eventualmente avviarli a visite specialistiche o a interventi intensivi che affrontino aspetti legati all’immagine, alla salute e all’umore.
Hillhouse J et al. Patterns of indoor tanning use: implications for clinical interventions. Arch Dermatol. 2007 Dec;143(12):1530-5

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