vietata la diagnosi nei certificati per malattia

Il datore di lavoro pubblico non e’ legittimato a raccogliere certificati di malattia dei dipendenti con l’indicazione della diagnosi. In assenza di specifiche disposizioni, il lavoratore assente per malattia deve fornire un certificato contenente esclusivamente la prognosi con la sola indicazione dell’inizio e della durata dell’infermita’.
Lo ha ribadito il Garante vietando al Ministero della giustizia-Dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria (Dap) il trattamento dei dati personali idonei a rilevare lo stato di salute del personale del Corpo della polizia penitenziaria relativi all’indicazione della diagnosi dei certificati di malattia. Il provvedimento (di cui e’ stato relatore Mauro Paissan) e’ stato adottato a seguito della segnalazione di un sindacato il quale lamentava il fatto che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria richiedesse certificati medici del personale di polizia penitenziaria indicanti, oltre alla prognosi, anche la diagnosi. La normativa prevede che la raccolta da parte del datore di lavoro di certificazioni mediche dei dipendenti comprensive di diagnosi e’ consentita solo se espressamente prevista da specifiche disposizioni. Dalla documentazione trasmessa dal sindacato all’Autorita’ non e’ invece risultato che le disposizioni normative citate dal Dap fossero idonee per acquisire informazioni personali relative alla diagnosi. Il Dipartimento fondava erroneamente tale richiesta su alcune direttive contenute in una circolare, la quale faceva riferimento a determinati articoli del Codice privacy (attinenti non all’acquisizione della diagnosi sulle certificazioni mediche, bensi’ al consenso dell’interessato al trattamento dei dati personali) e a due leggi (che riguardavano genericamente la facolta’ di disporre accertamenti sulle assenze dei dipendenti e il trattamento dei dati sensibili e giudiziari da parte del ministero). Nel provvedimento, l’Autorita’ ha sottolineato anche che, ai fini del riconoscimento dei congedi di malattia, non risulta indispensabile trattare il dato personale relativo alla diagnosi.
Contestualmente al divieto di trattamento dei dati, il Garante ha prescritto al Ministero della giustizia di impartire le disposizioni opportune al fine di conformare il trattamento dei dati alle vigenti disposizioni in materia di protezione dei dati personali, dando comunicazione delle determinazioni adottate.

la privacy dei VIP

Da tempo andavo chiedendomi come sia possibile che i medici appaiano in televisione parlando della salute del tal paziente – ovviamente VIP – come se fossero notizie di pubblico dominio.
Cerco di esser molto attento a non violare il sacrosanto diritto alla riservatezza dei pazienti, talvolta ci si barcamena difficilmente tra l’amico/parente che vuol sapere cosa accade al proprio congiunto non avendone ovviamente diritto (a meno che il paziente non voglia, esplicitamente); un caso classico, frequente, è quello del paziente che arriva accompagnato ma entra da solo ad effettuar l’esame. Dopo aver fornito tutte le spiegazioni del caso lo congedo e – a porta spalancata con il paziente che è già uscito – l’accompagnatore vuole spiegazioni!
Come se fosse normale e corretto parlar pubblicamente di informazioni sensibili.
Per cui m’aveva sempre lasciato esterrefatto vedere il tal primario davanti a telecamere e microfoni spiattellare temperatura, terapia e prognosi del tal paziente.
La Corte di Cassazione si è pronunciata: I dati che possono rivelare lo stato di salute di vip e loro familiari non vanno diffusi attraverso i mezzi d’informazione. Il giornalista che dovesse violare la privacy rischia il carcere. Il caso nasce dalla denuncia per diffamazione a mezzo stampa presentata dal conduttore Paolo Bonolis nei confronti di un settimanale che aveva divulgato notizie sullo stato di salute di suo figlio. Il direttore e il giornalista chiamati in giudizio erano stati condannati in primo grado rispettivamente a sei mesi di reclusione e un anno di libertà controllata (pena che sostituiva la condanna a sei mesi) per aver violato la legge sulla privacy avendo pubblicato notizie sulla salute del minore senza nemmeno il consenso dei genitori. In appello furono però assolti con la formula “perché il fatto non è previsto dalla legge come reato”. Per i giudici di merito nei confronti dei giornalisti che violano la privacy “non si applica la tutela penale prevista per il trattamento illecito dei dati, ma, unicamente, una tutela in sede disciplinare, innanzi al Consiglio dell’Ordine”.  La terza sezione penale della Cassazione, con sentenza 16145, ha però chiarito anche in base alla giurisprudenza comunitaria che esiste tutela rigida ed incompressibile dei dati personali relativi alla salute per cui “i dati idonei a rivelare lo stato di salute non possono essere diffusi”. Esiste solo un documento – hanno ricordato gli “ermellini” – sottoscritto dal Garante della privacy e dai giornalisti che suggerisce l’uso di “particolari cautele” quando, ad esempio, si rivelino le condizioni di salute di un politico “ove ciò sia necessario per informare la collettività sulla possibilità del politico di continuare a svolgere il proprio incarico”. Pertanto non si può condividere – ha concluso la Cassazione – “l’approdo ermeneutico della Corte di Appello di Milano che di fatto ha sottratto l’intera categoria dei giornalisti ad una norme incriminatrice di portata generale”. Insomma, sulla salute dei vip e delle loro famiglie deve vigere la massima riservatezza (NdS come di chiunque, non capisco perchè il VIP meriterebbe questo trattamento di favore). Se la sentenza venisse intesa nella sua accezione più ampia, arrivando a contemplare anche chirurgia estetica e fughe nelle cliniche di disintossicazione, per i giornalisti di gossip sarebbero tempi davvero duri.
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